Sannita

Il radicale (a piede) libero

Perché dobbiamo ringraziare Edward Snowden (e perché non è come Julian Assange)

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Avviso: Questo mio articolo è stato originariamente pubblicato su Libertiamo lo scorso 25 giugno 2013. Lo riporto qua per pura necessità di archivio.

Avviso 2: No, non ho cambiato assolutamente idea sul punto. Anzi, se possibile, l’ho pure rinforzata, specie dopo che Assange è di fatto passato sul libro paga del Cremlino. Tuttavia, mi sembra sia il caso di premettere a questo articolo una chiarificazione, frutto di ulteriori anni di riflessioni.

Ho spesso auspicato in varie discussioni la chiusura definitiva della NSA perché la ritengo un carrozzone totalmente inutile. Non è soltanto un ente che aspira a fare la STASI in un ordinamento democratico, è un ente che non riesce a esserlo, che fa meno risultati concreti delle vecchiette dell’hinterland napoletano (la vera ispirazione del Grande Fratello orwelliano) e che, quando può essere efficace, viene limitato dalla sua stupida struttura interna.

Snowden non ha tradito l’Occidente, siamo noi che non abbiamo capito che cosa ha fatto davvero. Peggio: siamo noi che abbiamo dimenticato cosa sia davvero l’Occidente.

* * *

Mentre scriviamo, ancora non si sa che fine abbia fatto Edward Snowden: le sue tracce si sono perse in Russia, da dove si pensava che avrebbe preso un aereo con destinazione Cuba o Ecuador. Fatto sta che le sue rivelazioni stanno dimostrando come lo scandalo PRISM sia uno dei più grandi scandali venuti alla luce dopo il Watergate e che non interessa solo gli Stati Uniti, ma anche il Regno Unito.

A quanto pare, infatti, il programma Tempora l’equivalente britannico del PRISM si sta rivelando ancora più pervasivo e sistematico di quello statunitense, al punto che risultano essere stati messi sotto controllo anche degli snodi telematici in Germania, garantendo così la possibilità di controllare centinaia di migliaia di comunicazioni fra Germania e Regno Unito.

La cosa ovviamente sta già avendo le sue prime ripercussioni, anche diplomatiche: i tedeschi hanno già richiamato i britannici al rispetto dei trattati dell’UE (ricordando loro come ancora ne siano parte), mentre si prospetta un’indagine nei confronti dei servizi segreti tedeschi e sul loro grado di coinvolgimento nella vicenda. È infatti estremamente poco probabile che non sapessero nulla di questa intensa attività di spionaggio e anche nella più buona delle ipotesi, i servizi tedeschi rischiano una figuraccia colossale.

Frattanto, non convincono le spiegazioni ufficiali fornite finora: negli USA, si dice che questo impressionante programma di spionaggio abbia sventato numerosi attentati grandi e piccoli in territorio statunitense anche se i numeri risultano piuttosto ballerini. Sono gli stessi agenti segreti statunitensi a dimostrare di non sapere con precisione quanti siano questi attentati sventati. Decisamente, non una grande figura.

Quello che è sicuro è che, per dirla con le parole del “papà di Internet” Sir Tim Berners Lee, questa “ingiustificata sorveglianza del governo è un’intrusione nei diritti umani fondamentali, che minaccia gli stessi fondamenti di una società democratica. Un giudizio duro, eppure estremamente condivisibile. Perfino un amico dell’America di lunga data non può che essere seriamente preoccupato dalla deriva che il baluardo oltreoceano della democrazia sta prendendo.

In questo senso, noi tutti dovremmo dire grazie a Edward Snowden, dovremmo seriamente ringraziarlo di aver sacrificato la propria libertà personale, la propria vita privata e probabilmente anche la sua reputazione pubblica, per portare alla luce un così pervasivo e pericoloso programma di spionaggio di comunicazioni civili. Dobbiamo ringraziarlo perché è stato uno dei più efficaci whistleblowers degli ultimi decenni, che andrebbe premiato con le massime onorificenze disponibili e non braccato alla stregua di un capo di una rete terroristica islamica.

Per quanti non abbiano ancora capito cosa è effettivamente in gioco, qui non si tratta solo della nostra privacy, ma dell’essenza stessa di quello Stato che, anziché proteggerci, ci sorveglia con la scusa di volere il nostro bene. E a poco vale l’idea del “male non fare, paura non avere”, o peggio ancora dell’insulso “intercettateci tutti” diventato di moda quando, guarda caso, a essere intercettato era Silvio Berlusconi. A parte il fatto che una qualsiasi comunicazione ironica può essere letta e interpretata con tutt’altro tono e renderci, in questo modo, dei potenziali criminali, il fatto è che lo Stato ha il dovere di tenere il becco fuori dagli affari privati dei suoi cittadini, qualora non ci sia il minimo motivo per “attenzionare” qualcuno.

L’obiezione per cui queste limitazioni sono dovute a motivi di sicurezza è infondata. 238 anni fa, Benjamin Franklin scriveva che “they who can give up essential liberty to obtain a little temporary safety, deserve neither liberty nor safety (“coloro che rinunciano alle proprie libertà essenziali per ottenere una piccola temporanea sicurezza, non meritano né la libertà né la sicurezza”). Ed è ormai chiaro, infatti, che la lotta al terrorismo, come anche la lotta alle violazioni del copyright (che era alla base dell’ACTA) o magari all’evasione fiscale, sono soltanto scuse che i Governi democratici adducono per poter ampliare la propria sorveglianza sugli inermi cittadini e violare quegli stessi principi costituzionali che dovrebbero difendere.

È per questo motivo che, nonostante sia stato avvicinato proprio da Julian Assange, Snowden non può essere minimamente paragonato all’hacker australiano. Mentre Assange ha sostanzialmente pubblicato comunicazioni diplomatiche datate, il cui valore è apprezzabile ormai solo da studiosi e appassionati di relazioni internazionali, Snowden ha messo in crisi un sistema che stava minando dall’interno le fondamenta della democrazia occidentale. Eppure i nostri media preferiscono concentrarsi sul suo itinerario di fuggiasco, anziché comprendere che il “fuoco” va diretto verso i responsabili di questa operazione di chiaro stampo sovietico.

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Autore: Sannita

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è - dal 2006 - utente di Wikipedia in italiano. Dal 5 aprile 2014, è nel direttivo dell'Associazione Wikimedia Italia, prima come segretario (2014-2016) e ora come responsabile progetti.

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