Sannita

Il radicale (a piede) libero

Delle “privatizzazioni a debito” italiane (e del perché finiscano, sempre, nella merda)

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Un mio amico mi ha chiesto: “tu che sei un esperto libercoso nonché attento osservatore della vita economica e politica del nostro paese, com’è che gli altri acquistano le nostre ex aziende di stato e noi invece siamo stati capaci solo di privatizzarle? Di chi è la colpa? Ma è una colpa? Vogliamo i nomi!!

Ecco qua le risposte.

1. Privatizzare è una colpa?
No, non è una colpa se lo si fa bene. La privatizzazione, ossia l’alienazione della proprietà pubblica di una azienda a favore di un privato, è un fatto economico e come tale non va valutato in termini “moralistici”, ma in termini di efficienza.

Partiamo dal fatto che, ad essere privatizzate, sono innanzitutto le aziende prossime al fallimento, ossia quelle che rappresentano un costo per lo Stato, che si deve accollare le perdite ripianandole con soldi pubblici. Le aziende che invece sono in attivo dovrebbero essere mantenute o quantomeno non ne va ceduta del tutto la proprietà, soprattutto in quegli ambiti (difesa, reti di distribuzione…) dove può essere utile per la collettività mantenere una quota “pubblica”.

Esempio: la Svervegia ha il 100% di Società Decotta s.p.a., ormai prossima al fallimento, e decide di vendere il 51% delle proprie azioni a un privato (ossia, di cedere il controllo effettivo della società, senza però vendere tutte le azioni). Arriva una cordata di privati, guidata dal noto imprenditore Risano Aziende, che presenta un piano societario molto serio di ristrutturazione completa dell’azienda, fatta di sacrifici duri (licenziamenti e pre-pensionamenti, qualche taglio di stipendio/salario), ma anche di grossi investimenti in innovazione e sviluppo (garantiti da capitali privati in larga parte e anche dall’appoggio di un paio di grosse banche e di fondi di investimento).

L’accordo va in porto e qui c’è già il primo effetto positivo per lo Stato svervegese: le perdite della Società Decotta s.p.a. non sono più iscritte nel bilancio pubblico (cioè non le pagano più i contribuenti svervegesi), anzi viene iscritto a bilancio un ricavo, quello della vendita del bidone della ex-società di Stato. Successivamente, l’imprenditore Risano Aziende dimostra che la sua idea era vincente: l’azienda completa la traversata nel deserto, ripiana i debiti e dopo 3-4 anni riesce addirittura a chiudere in leggero attivo. Questo significa che la Società Decotta s.p.a. smette di essere un mostro mangia-soldi e diventa una società che finalmente produce reddito.

Questo ovviamente è il caso in cui le cose vanno bene. Se le cose vanno male (un socio che si defila all’ultimo secondo, i sindacati che si oppongono a certe misure lavorative, un improvviso shock finanziario, un particolare sottovalutato che si rivela letale…), la privatizzazione finisce con un danno sicuro per chi ha degli interessi diretti nella società (investitori, lavoratori e dirigenti innanzitutto, poi indirettamente anche lo Stato in termini di mancate imposte) e potenzialmente anche per la comunità (che risente della maggiore disoccupazione e del minore reddito prodotto).

Tuttavia, bisogna vedere quale sarebbe stato poi il danno complessivo alla comunità svervegese del continuare a mantenere in piedi la Società Decotta s.p.a. con soldi statali, anziché tentare il tutto per tutto con la privatizzazione. Teniamo conto anche che, nell’esempio fatto, i primi a perderci sono proprio gli investitori che hanno acquistato la società dalla Svervegia con capitali propri (in larga parte). D’altronde, in economia e nella vita, le cose possono andar bene o andar male.

Bisogna inoltre ricordare che, se una iniziativa economica costa più di quanto rende, va chiusa. Una società in perdita è un danno per tutti, perché distrugge le risorse della comunità (forza lavoro e capitali), anziché aumentarle, e perché quelle stesse risorse che vengono adesso sprecate potrebbero essere impiegate in modo migliore (dalla creazione di ospedali e asili nido ad agevolazioni per le classi meno abbienti, al finanziamento di investimenti di altre società pubbliche che ne hanno bisogno per migliorare i loro già buoni risultati).

2. Allora perché in Italia le privatizzazioni non hanno funzionato?
Vorrei tanto voler dire che, come ho detto prima, “in economia e nella vita, le cose possono andar bene o andar male”. Vorrei davvero che fosse così semplice da noi. La verità, invece, è che da noi si è fatto sempre e sistematicamente il contrario di quello che si dovrebbe fare – al punto che perfino il rasoio di Hanlon comincia seriamente a non bastare più, perché va bene riconoscere la stupidità e l’incapacità congenita delle decine di cialtroni che hanno governato sia lo Stato che le nostre aziende, ma qui c’è innegabilmente anche del dolo diretto e intenzionale.

Innanzitutto, a essere privatizzate non sono le aziende prossime al fallimento, ma le aziende che funzionano. Già questo è un piccolo capolavoro: non solo non ti liberi dei bidoni, in cui continui a pompare soldi inutili (che paghiamo noi), non solo condanni alla distruzione i nostri fiori all’occhiello, ma perdi anche quei ricavi con cui quantomeno limitavi i danni dei bidoni.

Passiamo alla privatizzazione vera e propria: prima di tutto, a essere chiamati per la privatizzazione (o per il “salvataggio”) di qualcosa sono solitamente quelli della compagnia di giro gradita al potentato di turno (con il placet degli altri potentati). Spesso si tratta di imprenditori che vengono da altri ambiti economici (ad esempio: se la società da privatizzare è Autostrade, si chiamano i Benetton), dove la competizione del mercato è forte, e che sono alla ricerca di un ambito dove possano “rilassarsi” e guadagnare una serena rendita da monopolio. Statisticamente è alta l’incidenza di imprenditori edili, arricchitisi in poco tempo e con modalità che possono far venire dei dubbi sulla liceità della provenienza dei soldi (no, non parlo di Silvio). In altri casi ancora, si tratta di emeriti cialtroni e di prestanome, categorie un tempo anche brave a rubare e adesso incapaci di fare perfino quello.

Il piano societario (“molto serio” nell’esempio) è di solito molto fumoso e resta comunque sulla carta. Di “investimenti in innovazione e sviluppo” (non dico “grossi”, dico proprio “investimenti”), manco a parlarne. I capitali con cui vengono effettuate queste operazioni, inoltre, non sono nemmeno di chi ci mette la faccia, perché sono “investimenti a debito”, cioè finanziati perlopiù dalle banche – anche queste chiamate in base alla compagnia di giro che mena le danze. Quanto ai fondi di investimento (che all’estero sono anzi il primo motore di ristrutturazioni aziendali, anche sanguinose), in Italia non si sa nemmeno cosa siano.

È chiaro che, con queste condizioni di partenza, è praticamente impossibile che la privatizzazione vada a buon fine: nel migliore dei casi, a un monopolio pubblico (quindi con ricadute positive sul bilancio pubblico) si sostituisce un monopolio privato; nel peggiore dei casi, dopo 2-3 anni, lo Stato è costretto a intervenire nuovamente per sostenere economicamente gli “investitori a debito” (magari con una bella cassa integrazione a zero ore) o direttamente le banche, che iniziano a mandare a sofferenza i prestiti fatti.

Insomma, qualcosa che dovrebbe essere fatto per migliorare la situazione di fatto peggiora la situazione. E taccio per carità di patria sulle acquisizioni fatte per coprire i buchi di bilancio (dovuti a loro volta all’attitudine dei nostri imprenditori allo spolpare un’azienda finché non restano manco le ossa per il brodo). Faccio solo due nomi senza approfondire, sennò non finiamo più: le fusioni fra Banca Popolare di Brescia e Cassa di Risparmio di Reggio Emilia e fra Telecom e Olivetti.

Alla fine, entrano in scena gli stranieri, perché “qua non è finita perché arrivano gli italiani, qua arrivano gli italiani proprio perché è finita” (cit.). A dire la verità, siamo arrivati al punto che Telefónica e Air France si comprano Telecom Italia e Alitalia controvoglia, perché sanno benissimo che si devono accollare una barca di debiti (da ripianare a costo loro) e perché in aggiunta devono fare una quantità di investimenti assurda – per cui servono fondi che noi, di sicuro, non abbiamo e che loro, forse, non metteranno mai, per una scusa o per un’altra. Ecco perché da noi non funzionano le privatizzazioni.

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Autore: Sannita

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è - dal 2006 - utente di Wikipedia in italiano. Dal 5 aprile 2014, è nel direttivo dell'Associazione Wikimedia Italia, prima come segretario (2014-2016) e ora come responsabile progetti.

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