Sannita

Il radicale (a piede) libero

L’indipendenza antistorica

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Due giorni e si tiene il referendum sull’indipendenza scozzese. A costo di portar sfiga ai “britannici uniti”, butto giù due righe sul perché la vittoria del sì aprirebbe scenari molto gravi nel cuore dell’Occidente, immaginandomi una discussione con un indipendentista nostrano.

“Fammi capire. Ma tu sei contro il principio di autodeterminazione dei popoli?”

Assolutamente no. Anzi, il dibattito che va avanti da circa un anno e mezzo nel Regno Unito è un esempio di come condurre un dibattito del genere: tutte le formalità sono state rispettate, c’è stato tempo per discutere i pro e i contro, si terrà una consultazione libera… Magari le cose si fossero svolte così in Crimea.

“Anche in Crimea il popolo ha scelto autonomamente.”

Ma anche no. A meno di voler considerare una dichiarazione di indipendenza votata da un Parlamento occupato da paramilitari armati fino ai denti come “legittima” e considerare “democratica” una consultazione condotta due settimane dopo, sempre sotto stato di occupazione militare, senza lo straccio di un dibattito e con il boicottaggio esplicito di circa il 40% del corpo elettorale. Ma non è questo il problema.

“E allora qual è il problema?”

Il problema non è tanto nell’esercizio di una libera volontà come principio (ci mancherebbe altro), quanto negli effetti pratici di una tale decisione. Questo è uno di quei casi in cui l’indipendenza potrebbe causare più danni di quanti ne potrebbe risolvere.

“Dici così perché non capisci il senso di affrancarsi dall’oppressore.”

No, dico così perché, al contrario di chi vive in un mondo fatto di tanti localismi nazionalisti irrilevanti, mi premuro di vedere il quadro più ampio in cui le nostre scelte si esplicano.

“E quale sarebbe questo quadro più ampio?”

Ora mi spiego. Dal 2008 in poi la Russia è riemersa, sono stati costituiti i BRICS, è stato costituito il G20… insomma, non c’è più quel mondo unipolare dove gli Stati Uniti sono gli unici “poliziotti del mondo”, ma si sta costituendo un nuovo equilibrio multipolare, dove nessuno è tanto forte da schiacciare gli altri, ma ciascuno ha il potere – su base regionale o mondiale – di costringere gli altri a scendere a patti. In altre parole, stiamo tornando al principio ottocentesco del “concerto delle Potenze” – con la differenza che, rispetto al XIX secolo, le potenze non sono più europee e basta, ma sono sparse per il mondo.

Prendiamo un attimo in considerazione le dimensioni degli attori in campo: Cina, India, Stati Uniti, Brasile e Unione Europea sono tutti Stati (o gruppi di Stati) con dimensioni di tipo continentale o sub-continentale. Gli altri attori del G20 (Argentina, Turchia, Messico, Sudafrica, Corea del Sud, Giappone) sono tutti attori che hanno un potere di proiezione regionale molto forte. Senza contare gli “outsider”, come Venezuela, Corea del Nord e Iran, che pur essendo strutturalmente deboli hanno modo di mettersi di traverso. Stiamo comunque parlando di Paesi con decine di milioni di cittadini o molto estesi.

La Scozia indipendente sarebbe invece un Paese piccolo, con una economia fragile basata prevalentemente sul petrolio, con amici “potenti” tutti da inventare. Avrebbe sicuramente un posto fra i Paesi nordici, ma gli scandinavi oggi come oggi quanto contano? Poco. Gli Stati Uniti e l’UE sono gli attori che contano in Occidente. In caso di indipendenza, Washington e Bruxelles smetteranno forse di dialogare con Londra? Direi di no, visto che il resto del Regno Unito resterebbe comunque una Potenza nucleare, con un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e un posto di riguardo in molti consessi internazionali, forte soprattutto delle sue ottime connessioni finanziarie. Per Edimburgo resterebbero solo le briciole.

Poi c’è il capitolo europeo: la Scozia (ma anche la Catalogna, le Fiandre o il Veneto) dovrebbe fare da capo tutto il processo europeo…

“Perché a Bruxelles hanno paura della libertà, è un covo di tecnocrati scollati dalla realtà, che campano in un mondo irreale. L’UE poi è solo un cappio al collo, vedi l’euro.”

Cerchiamo di rimanere on topic, per favore, e soprattutto rimaniamo aggrappati alla realtà: l’unica soluzione per la Scozia o qualsiasi altro tentativo di nazione indipendente è proprio l’Europa, piaccia o no. Quando si sono tenute quelle buffonate di referendum via web in Veneto, la maggioranza ha votato sì per l’indipendenza, ma una maggioranza ancora più schiacciante si è avuta negli altri tre referendum (perché i referendum erano quattro), dove si diceva che un eventuale Veneto indipendente sarebbe rimasto nell’euro, nell’Unione Europea e nella NATO. Una chiarissima scelta euro-atlantista, che però i “leader” della consultazione farlocca hanno scelto di NON spiattellare ai quattro venti. Chissà perché…

Quindi, il futuro della Scozia è euro-atlantico o non è. E qua iniziano i guai. Se la Scozia si rendesse indipendente, avrebbe delle piccole sciocchezzuole da risolvere, come ad esempio coniare una nuova moneta (Londra ha già detto che non concederanno l’uso della sterlina) che verrà accolta malissimo dai mercati (come tutte le valute dei Paesi neo-indipendenti) oppure negoziare con il resto del Regno Unito la quota di debito che le spetta (consuetudine nata nei primi anni ’90 con l’ondata di indipendenze post-caduta del Muro di Berlino), pena l’esecrazione della Scozia come Paese inaffidabile, cosa che le precluderebbe l’accesso ai mercati (stile Argentina, per capirci).

L’unica soluzione per garantire affidabilità è quella di legare il proprio percorso a qualcosa di “più grande”, ossia l’Unione Europea. La Scozia dovrebbe fare quello che l’Islanda fece dopo il default: fare domanda per entrare nell’UE. Peccato che Edimburgo, così come Reykjavik, non avrebbe nessuna “fast lane” per accedere.

“Perché a Bruxelles…”

…sono nemici della libertà, ho capito. Se ce la vogliamo raccontare così, facciamolo pure. Peccato che esista una cosa che si chiama diritto internazionale, che vige più o meno dal 1648. Uno dei suoi principi fondamentali è che uno Stato appena creato è una tabula rasa, a cui non si applicano le disposizioni dello Stato di cui (eventualmente) faceva prima parte. Quindi, una Scozia indipendente non sarebbe automaticamente membro di tutte le istituzioni di cui fa parte il Regno Unito, ma dovrebbe fare richiesta di ingresso come Stato a sé. Si tratta di una regola che vige da secoli, a cui pure tutte le nazioni nate nel periodo 1990-1992 (o Timor Est o il Sud Sudan) si sono dovute attenere.

Ora, abbiamo detto che la Scozia dovrebbe aderire all’UE per dare una parvenza di affidabilità sulle proprie prospettive al mondo, altrimenti gli investimenti stranieri se li scorda. Dal 1992, l’UE ha stabilito i cosiddetti “31 principi di Copenhagen”, ossia 31 ambiti in cui ogni singolo Stato applicante deve dimostrare di aver raggiunto un certo grado di compatibilità con le regole europee. Per quanto la Scozia sia avanzata sotto più punti di vista in questo processo, essendo (ancora) parte del Regno Unito, si tratta comunque di un processo che rischia di durare vari anni. Senza contare che nell’UE si troverebbe quel che resta del Regno Unito, oltre alla Spagna e al Belgio (che “soffrono” pulsioni centrifughe al proprio interno). Non è impossibile che siano proprio loro a opporsi a un eventuale ingresso della Scozia nell’UE o quantomeno che facciano di tutto per rallentarlo, per evitare di dover concedere l’indipendenza a parti del proprio territorio.

“Beh, sarebbe un grave errore dell’Europa.”

Sicuramente, su questo ti do ragione. Peccato che sia la forza, non la ragione, a dominare nelle relazioni internazionali, anche quando ci sono delle regole. La Scozia rischia di restare fuori a lungo dal giro europeo e questo causerebbe un grosso problema soprattutto per noi, visto che nelle relazioni internazionali i vuoti tendono a riempirsi subito. Spesso con soluzioni che non ci piacciono. E la soluzione che non ci piace, in questo caso, si chiama Vladimir Putin.

“E che problema ci sarebbe con Putin?”

…a parte rischiare di avere un satellite russo in pieno Mare del Nord con enormi giacimenti di petrolio a disposizione? L’alternativa sarebbe un sostegno finanziario alla Scozia di proporzioni epiche, ma si alzerebbero troppe voci contrarie dal “fronte dell’euro-rigore”.

Vabbè, non è mica detto che debba finire così, né è detto che la Scozia debba fallire.

Non è detto, né me lo auguro, ma il rischio è troppo forte. Soprattutto, se badiamo alle motivazioni che tendono all’indipendenza, ci sono perlopiù argomentazioni economiche, che potrebbero essere risolte con un assetto maggiormente federale del Regno Unito. Se poi volessimo sognare, l’assetto migliore sarebbe realizzare delle macro-regioni in ambito europeo che bypassino gli Stati nazionali, ma stiamo entrando nella fantascienza…

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Autore: Sannita

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è - dal 2006 - utente di Wikipedia in italiano. Dal 5 aprile 2014, è nel direttivo dell'Associazione Wikimedia Italia, prima come segretario (2014-2016) e ora come responsabile progetti.

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