Sannita

Il radicale (a piede) libero

Come si dovrebbe costruire una timeline alternativa?

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Questo post ci ha messo tanto a vedere la luce. Nato con l’intenzione di dare delle riflessioni sparse su un tema (la fantascienza ucronica) che a me piace tantissimo (e che, purtroppo, spesso e volentieri viene eseguita male), è diventato forse un po’ più complesso di quanto inizialmente previsto.

In parte, le riflessioni influenzate dal fatto che non molto tempo fa ho finito di vedere The Man in the High Castle (tra l’altro il libro da cui è tratto è stato il mio primo vero libro), che mi piace spesso giocare a Civilization, in particolare con un mod che si chiama Caveman 2 Cosmos (che fa largo uso di ipotesi alternative) e soprattutto dalla visione di molti video di AlternateHistoryHub. Insomma, come ho già detto, a me la fantascienza ucronica piace molto.

Il linguaggio non sarà sempre carino e coccoloso, siete avvertiti.

Ok, basta con l’introduzione, “let’s get straight to the biscuits” (cit.).

Uno dei problemi principali che trovo negli esperimenti altrui di fantascienza ucronica è la scarsa o assente plausibilità dello scenario proposto. Non parlo della trama, perché quello è un altro discorso: parlo da un lato del contesto in cui le vicende narrate si svolgono e dall’altro della consequenzialità degli avvenimenti, a livello macro e a livello micro, che hanno portato allo sviluppo di quel contesto.

La fantascienza ucronica non è affatto una scienza esatta, poiché si basa su ipotesi e affermazioni del tipo “se X fosse andato così, Y sarebbe cambiato in questo modo”. Tuttavia, se è abbastanza ovvio da un lato che non ci potranno mai essere prove concrete di quanto affermiamo, dall’altro lato questo non significa affatto lasciare campo libero alla fantasia e fare delle supposizioni che non hanno uno straccio di plausibilità.

Sia ben chiaro: è possibile creare storie che, pur avendo degli assunti implausibili, tutto sommato sono carine e divertenti, tipo la Trilogia di Occidente (che ammetto essere un mio guilty pleasure). Qui però entra in campo la trama, che può sopperire fino a un certo punto alle mancanze di base. Ogni errore nella plausibilità del mondo ucronico in cui si svolge la storia che si racconta si ripercuote, volenti o nolenti, sul racconto stesso, aumentando la possibilità di creare merda, senza trascurare la possibilità di trascendere addirittura nel “cancro“.

Per “cancro” intendo il grado zero dell’infamità, la merda nel suo stato più puro, l’incapacità di comprendere che esistono un contesto e una consequenzialità che non si possono ignorare. Intendo la merda dei video su Youtube di 14enni (veri o mentalmente tali) che si dilettano in scenari, perlopiù bellico-apocalittici, dove le cose succedono because I say so, e quindi vai Terze guerre mondiali (il tema è estremamente gettonato, devo dire) condotte senza alcuna logica, nemmeno apparente.

La merda è un grado lievemente superiore, distinto dal fatto che l’autore fallisce miseramente nel fare qualcosa di plausibile, partendo da un certo contesto e seguendo una certa logica – ma almeno ci prova. Un buon indicatore di quanto qualcosa sia merda è dato dalla quantità di parole inventate dall’autore (xkcd docet): maggiore è il numero, maggiore è la probabilità che gli assunti alla base siano merda.

Torniamo a bomba: contesto e consequenzialità degli avvenimenti. Qui tocca inserire un altro concetto fondamentale nel discorso: certi avvenimenti accadono perché sono la naturale conseguenza di altri avvenimenti. Perché un fatto non avvenga così come si è svolto, bisogna sterilizzare le cause alla base di quel fatto – e nemmeno in questo caso è detto che le cose vadano come vogliamo noi.

Un ottimo esempio di quanto sto dicendo è dato dal video “What if European Imperialism Never Ended?” di Alternate History Hub. Nel video, si analizza cosa sarebbe successo se l’imperialismo europeo non fosse “mai” finito. Beh, il video stesso è costretto ad ammettere che la fine degli imperi europei sarebbe avvenuta comunque, perfino in questa timeline alternativa. Avrebbe potuto avvenire più in là (magari verso la fine del XX secolo, anziché prevalentemente fra il 1945 e il 1970), ma sarebbe comunque giunto il momento in cui la gestione di un Impero sarebbe diventata troppo costosa, economicamente e politicamente, per chiunque.

Per utilizzare una terminologia a me cara, ossia quella di Doctor Who, la decolonizzazione è un “fixed point in time“: è qualcosa che deve accadere perché parte del naturale scorrere degli eventi. Cercare di cambiare quell’evento è inutile, perché avverrà comunque (a meno che non vengano sterilizzate le cause che hanno portato all’espansione coloniale europea… good luck with that).

Ci sono, però, altri tipi di eventi che hanno drasticamente cambiato il corso della storia, al punto che un minimo cambiamento a quello che effettivamente è successo avrebbe effetti clamorosi. Un esempio, sempre ispirato da Alternate History Hub, è dato dalla Rivoluzione russa del 1917, o meglio dalle due separate rivoluzioni di febbraio (che portò al crollo del regime tsarista) e di ottobre (che portò all’instaurazione del regime comunista).

Tuttavia, mentre la Rivoluzione di ottobre è strettamente collegata a quella di febbraio (anzi, si può dire che avvenne proprio perché ci fu la rivoluzione di febbraio), quest’ultima affonda le sue radici sia in motivazioni contingenti (legate alla Prima guerra mondiale), sia in motivazioni legate al passato (come la Guerra russo-giapponese del 1904-05 e la successiva rivoluzione del 1905).

In un certo senso, sarebbe stato più “facile” neutralizzare la Rivoluzione di ottobre che quella di febbraio: per neutralizzare la prima, infatti, si dovrebbe tornare ulteriormente indietro nel tempo di almeno 11 o 12 anni e quantomeno convincere lo tsar Nicola II prima a trovare un modo di relazionarsi con la Duma e ad applicare sul serio la Costituzione del 1906 e poi, al momento opportuno, convincerlo a tenersi fuori dalla Grande Guerra; per neutralizzare la seconda, invece, potrebbe bastare convincere il Governo Provvisorio ad accettare la resa agli Imperi Centrali già in marzo o in aprile, togliendo così il monopolio della posizione anti-guerra ai bolscevichi e, di fatto, rendendo inutile per i tedeschi il finanziamento di Lenin come mezzo per seminare zizzania in Russia. Questo non metterebbe al sicuro al 100% il Governo Provvisorio, ma gli darebbe sicuramente più chances di sopravvivenza in caso di una (plausibile) rivolta dei soviet.

Tuttavia, impedire la Rivoluzione di ottobre potrebbe di fatto cambiare radicalmente gli ultimi 100 anni di storia o giù di lì. Quasi sicuramente la Russia non avrebbe mai potuto raggiungere lo status di superpotenza in tempo per il 1945 (dato che fu il regime comunista a farle compiere il passaggio da società agricola a società industriale, al prezzo non indifferente di milioni di morti). In questo modo, potremmo non aver mai avuto la Guerra fredda, il Patto di Varsavia o Berlino Est, Mao non avrebbe avuto modo di vincere la guerra civile contro il Kuomintang (e quindi quantomeno oggi non avremmo la questione aperta di Taiwan), Fidel Castro e Ho Chi Minh forse sarebbero esistiti comunque, ma non avrebbero avuto una connotazione comunista così forte, ma forse solo anti-imperialista (ricordate che la decolonizzazione sarebbe avvenuta comunque)…

Tuttavia, qui forse corro troppo, perché si rischia di non rispondere a due domande fondamentali, ossia:
1) come sarebbe andata a finire la Prima guerra mondiale, se la Russia fosse uscita nel conflitto verso la metà e non la fine del 1917?
2) come sarebbe stata l’Europa post-1918 con una Russia non comunista?

Per capirci meglio: se il Governo Lvov o Kerenskij si fosse arreso, la Germania sarebbe stata in grado di anticipare l’offensiva di primavera del 1918 all’estate del 1917, ossia prima che gli Stati Uniti potessero riversare il loro enorme potenziale di soldati sul territorio europeo? E come sarebbe andata a finire, in quel caso? Oppure: l’Italia dopo la disfatta di Caporetto (magari anticipata anch’essa di qualche mese?) sarebbe stata comunque in grado di resistere sul Piave e sul Monte Grappa, senza approfittare delle difficoltà date agli attaccanti dai mesi invernali?

Ipotizziamo pure che la Prima guerra mondiale prosegua sostanzialmente inalterata. Visto che, senza la vittoria bolscevica, non ci sarebbe stata la necessità di creare un cordon sanitaire lungo l’Est Europa che isolasse la Russia sovietica, come sarebbe evoluta la cartina geografica? San Pietroburgo (e non Mosca…) sarebbe stata comunque “punita” con l’indipendenza di Finlandia, Ucraina e Paesi Baltici? Come sarebbe cambiata l’intensità delle rivolte social-comuniste in Baviera o Italia settentrionale (e della relativa repressione nel sangue)? Avremmo comunque avuto un “biennio nero” dopo il “biennio rosso”? Avremmo avuto una Marcia su Roma? E se sì, come sarebbe andata a finire dopo?

Insomma, credo di aver chiarito bene il punto: toccare un evento storico significa toccarne inevitabilmente degli altri prima e poi inventarsi (letteralmente) delle concatenazioni più o meno plausibili di eventi. Più è importante e rilevante l’evento storico, ovviamente, maggiore è la difficoltà di creare concatenazioni plausibili di eventi e dunque la possibilità di creare merda, se non si prende in considerazione il fatto di non vivere nel vuoto.

In ultimo, ritorniamo al contesto e a come questo sia importante per giustificare un certo approccio nella narrazione del mondo alternativo che stiamo costruendo.

Prendiamo a esempio una cartografia che ha fatto furore per qualche giorno su Facebook qualche tempo fa, ossia Alkebu-lan dell’artista svedese Nikolaj Cyon, ispirata al romanzo di Kim Stanley Robinson, The Years of Rice and Salt, dove si teorizza che la Peste nera avesse ucciso la quasi totalità (e non un terzo) della popolazione europea, al punto da garantire agli arabo-musulmani mano libera nell’invasione e colonizzazione del Vecchio Continente dal XIV secolo in poi (ma a quanto pare, l’ispirazione si ferma a questo).

La mappa rappresenta come l’Africa avrebbe potuto essere, date queste premesse, intorno al 1844 (circa 40 anni prima del Conferenza di Berlino, che di fatto “regolamentò” la “Scramble for Africa“). Per quanto si tratti di una provocazione carina, sebbene un bel po’ terzomondista (ancora co’ ‘sta proiezione Mercatore al contrario?), ci sono una serie di problemi, riassunti da Laura J. Mitchell nel suo post The Limits of Alternative Africas e che qui riporto brevemente (grassetto mio):

As art, the map is more inviting. […] The greater presence of Arabic names and Muslim-influenced political structures makes sense, as does the diversity of political forms. But would the Swahili city-states have consolidated into a single polity? Would Merina or Dahomey have been large kingdoms without the slave trade? Questions, rather than criticisms, come through and I am reminded of issues I always want my students to grapple with: today’s geopolitics were not inevitable; contingency matters in the study of history.
[…]
This project, although it depicts a markedly altered political landscape, sits comfortably within the norms of western geospatial understanding. […] The map also shows that colonization and its aftermath were not inevitable, but it doesn’t imagine an alternative to bounded sovereign territories. Even without the Westphalian state system translocated through imperial adventure, we’re still looking at a map of contiguous states.

Insomma, Cyon ha dimenticato di valutare il contesto in cui quella cartografia sarebbe stata creata, ossia un mondo alternativo dove a influenzare il mondo sono stati gli arabo-musulmani e non gli europei. Ma in un mondo dove l’Europa non ha mai dato vita (tanto per dire) agli Stati-nazione, che poi sono evoluti in Potenze coloniali, perché l’Africa avrebbe dovuto seguire l’evoluzione verso gli Stati-nazione che fu tipica proprio dell’Europa?

Inoltre, l’occupazione sempre più pervasiva di nuovi territori era tipica della fase finale del colonialismo europeo (1880-1914), quando la sete di nuove risorse diventò il primo motore verso la Grande Guerra. Perché dunque, ancora una volta, gli Stati africani avrebbero dovuto comportarsi come gli Stati europei e occupare tutto il continente? Non è più plausibile pensare che l’entroterra sarebbe rimasto terra nullius o quasi, popolato da sporadiche tribù?

Già che mi trovo: il Songhai fu distrutto nel 1591 dal Sultanato del Marocco (mica dagli europei…), ma qui si trova più grande e forte che pria. Come mai? Forse devo credere che questo patchwork di Stati-nazione, oltre a essere preda di un horror vacui geopolitico tipicamente europeo, sarebbe stato addirittura pacifico? Conoscendo la storia di Shaka degli Zulu, ma più in generale dell’umanità, ne dubito fortemente.

Ci sarebbero poi tante altre piccole incongruenze, tipo la persistenza del Farakhshanīt (che fu distrutto da Guglielmo I di Provenza intorno al 973, quindi circa quattro secoli prima della Peste nera) o l’assenza totale di ulteriori presenze arabe quantomeno in Italia e sulle coste mediterranee. Addirittura c’è un “al-Dawla Ḥabr”, che si potrebbe tradurre come “Dominio del Pontefice”, ossia “Stato della Chiesa”. Un’evenienza del genere potrei anche capirla se la mappa fosse stata “realizzata” in un 1400 alternativo, ma trattandosi di un 1844 alternativo, com’è possibile che un mondo a trazione musulmana permetta alla Chiesa Cattolica di avere ancora un proprio Stato? E ancora: cosa ha davvero impedito ai mamelucchi o ai khanati islamici nell’area ucraino-caucasica di proseguire la propria avanzata in territorio europeo? E cosa sarebbe successo al continente americano? Sarebbe mai stato colonizzato?

Quando all’inizio del post dicevo che “ogni errore nella plausibilità del mondo ucronico in cui si svolge la storia che si racconta si ripercuote, volenti o nolenti, sul racconto stesso”, intendevo proprio questo: un contesto plausibile rafforza il racconto, laddove un contesto non plausibile rischia di delegittimarlo, di renderlo una “critica politica” sterile e forse anche un po’ presuntuosa (errore capitale per la fantascienza, che è al contrario abituata all’analisi e alla riflessione sulla natura umana). Anzi, porsi le domande “giuste” e riflettere bene sul contesto – anche riflettendo su quello che davvero la società era all’epoca, quindi facendo dire ai personaggi cose che oggi non sarebbero accettabili, ma che all’epoca erano mainstream – dicevo, riflettere bene sul contesto permette anche la possibilità di giocare con la trama e i personaggi.

La cosa un po’ brutta di tutto questo post sono le conclusioni: per quanto mi sia sforzato, non riesco a concluderlo in una maniera che non sia banale. Quindi per ora lo lascio così.

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Autore: Sannita

Nato nel 1985 a Benevento, laureato triennale a Roma Tre e magistrale alla LUISS in Scienze Politiche, scrive da quando ha 16 anni e mezzo. Dopo anni passati a far gavetta e studiare, è diventato un giornalista pubblicista freelance. Siccome non ama starsene con le mani in mano, nel suo tempo libero è - dal 2006 - utente di Wikipedia in italiano. Dal 5 aprile 2014, è nel direttivo dell'Associazione Wikimedia Italia, prima come segretario (2014-2016) e ora come responsabile progetti.

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