Sannita

Il radicale (a piede) libero


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E se Trump fosse l’ultima reazione di una generazione tradita?

Questa cosa l’ho pensata stamattina, ma avrei dovuto metterla per iscritto prima. Non so cosa ne verrà fuori. Non so se ha senso quanto sto per scrivere. Magari no.

Molti non sanno o non capiscono perché Trump guadagni così tanto successo fra gli elettori. Ma se ci fosse una motivazione più profonda, più sottovalutata, soprattutto della mia generazione?

Rifletto spesso su come la mia generazione sia incattivita, soprattutto perché siamo nati in un momento in cui… beh, avevamo vinto. Il Muro di Berlino era caduto, l’URSS è stata sconfitta, il capitalismo e l’Occidente avevano vinto, si teorizzava la Fine della Storia e le guerre a zero morti – da parte nostra, ovviamente (che gran cazzata) – insomma, un mondo più bello, in cui davvero si poteva creare un quasi-Superstato europeo senza confini e con una moneta unica.

Poi l’11 settembre ci ha svegliato. Poi è venuto il precariato, la lotta sull’articolo 18, la lunga stagione del “declino del Paese” (che io continuo a pensare sia stato primariamente generato dalle stesse menti ottuagenarie che ne parlavano nei vari talk show) e poi il colpo di grazia della crisi del 2008. E ti domandi perché poi abbiamo tutta questa rabbia repressa…

La cosa però è ancora più profonda. Noi non siamo solo cresciuti in un mondo in cui l’ottimismo era nell’aria. Il nostro ottimismo, l’idea che lavorando sodo avresti potuto raggiungere vette impressionanti ce l’ha trasmessa il cinema statunitense, come parte di quella proiezione di soft power della nostra Superpotenza preferita.

Ricordo un filmetto degli anni ottanta, andato di notte su Italia Uno che vidi quando avevo… boh, 10-11 anni, forse. C’era una fabbrica di auto statunitense che rischiava la chiusura a causa della concorrenza spietata giapponese. A un certo punto, gli operai e la dirigenza fecero i conti e si accordarono per lavorare di più e riuscire a battere i giapponesi sul loro campo: il numero di auto prodotte al giorno. Alla fine ci riescono e via di classica celebrazione americana.

Il punto è qui: era un momento in cui l’America era grande perché lo era, perché aveva la forza di esserlo. E lo slogan di Trump, non a caso è Make America Great Again. Perché, così come Aaron Sorkin fa dire a Jeff Daniels/Will McAvoy in The Newsroom, “America is not the greatest country in the world anymore” – e questo purtroppo lo abbiamo capito. Possiamo anche interrogarci se fosse vero che gli USA fossero grandi anche prima (secondo me, sì), ma sicuramente adesso non lo sono. E allora serve qualcuno che possa incarnare quello spirito nascosto, ferito. Qualcuno che possa risvegliare quel sentimento di un’America forte, orgogliosa, grande.

Non dico di averci preso in pieno, non dico che la mia analisi sia corretta, forse ho solo scritto stronzate, ma trovo che questo dubbio che dovrebbe essere approfondito. Abbiamo già commesso l’errore di sottovalutare l’impatto di una figura come quella di Berlusconi in Italia e, forse, abbiamo commesso l’errore di sottovalutare il motivo per cui è arrivato al potere: non il fatto che sia riuscito a rincoglionire un intero Paese, ma il fatto che quel Paese fosse esattamente come lui.


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Delle “privatizzazioni a debito” italiane (e del perché finiscano, sempre, nella merda)

Un mio amico mi ha chiesto: “tu che sei un esperto libercoso nonché attento osservatore della vita economica e politica del nostro paese, com’è che gli altri acquistano le nostre ex aziende di stato e noi invece siamo stati capaci solo di privatizzarle? Di chi è la colpa? Ma è una colpa? Vogliamo i nomi!!

Ecco qua le risposte.
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Perché dobbiamo ringraziare Edward Snowden (e perché non è come Julian Assange)

Avviso: Questo mio articolo è stato originariamente pubblicato su Libertiamo lo scorso 25 giugno 2013. Lo riporto qua per pura necessità di archivio.

Avviso 2: No, non ho cambiato assolutamente idea sul punto. Anzi, se possibile, l’ho pure rinforzata, specie dopo che Assange è di fatto passato sul libro paga del Cremlino. Tuttavia, mi sembra sia il caso di premettere a questo articolo una chiarificazione, frutto di ulteriori anni di riflessioni.

Ho spesso auspicato in varie discussioni la chiusura definitiva della NSA perché la ritengo un carrozzone totalmente inutile. Non è soltanto un ente che aspira a fare la STASI in un ordinamento democratico, è un ente che non riesce a esserlo, che fa meno risultati concreti delle vecchiette dell’hinterland napoletano (la vera ispirazione del Grande Fratello orwelliano) e che, quando può essere efficace, viene limitato dalla sua stupida struttura interna.

Snowden non ha tradito l’Occidente, siamo noi che non abbiamo capito che cosa ha fatto davvero. Peggio: siamo noi che abbiamo dimenticato cosa sia davvero l’Occidente.

* * *

Mentre scriviamo, ancora non si sa che fine abbia fatto Edward Snowden: le sue tracce si sono perse in Russia, da dove si pensava che avrebbe preso un aereo con destinazione Cuba o Ecuador. Fatto sta che le sue rivelazioni stanno dimostrando come lo scandalo PRISM sia uno dei più grandi scandali venuti alla luce dopo il Watergate e che non interessa solo gli Stati Uniti, ma anche il Regno Unito.

A quanto pare, infatti, il programma Tempora l’equivalente britannico del PRISM si sta rivelando ancora più pervasivo e sistematico di quello statunitense, al punto che risultano essere stati messi sotto controllo anche degli snodi telematici in Germania, garantendo così la possibilità di controllare centinaia di migliaia di comunicazioni fra Germania e Regno Unito.

La cosa ovviamente sta già avendo le sue prime ripercussioni, anche diplomatiche: i tedeschi hanno già richiamato i britannici al rispetto dei trattati dell’UE (ricordando loro come ancora ne siano parte), mentre si prospetta un’indagine nei confronti dei servizi segreti tedeschi e sul loro grado di coinvolgimento nella vicenda. È infatti estremamente poco probabile che non sapessero nulla di questa intensa attività di spionaggio e anche nella più buona delle ipotesi, i servizi tedeschi rischiano una figuraccia colossale.

Frattanto, non convincono le spiegazioni ufficiali fornite finora: negli USA, si dice che questo impressionante programma di spionaggio abbia sventato numerosi attentati grandi e piccoli in territorio statunitense anche se i numeri risultano piuttosto ballerini. Sono gli stessi agenti segreti statunitensi a dimostrare di non sapere con precisione quanti siano questi attentati sventati. Decisamente, non una grande figura.

Quello che è sicuro è che, per dirla con le parole del “papà di Internet” Sir Tim Berners Lee, questa “ingiustificata sorveglianza del governo è un’intrusione nei diritti umani fondamentali, che minaccia gli stessi fondamenti di una società democratica. Un giudizio duro, eppure estremamente condivisibile. Perfino un amico dell’America di lunga data non può che essere seriamente preoccupato dalla deriva che il baluardo oltreoceano della democrazia sta prendendo.

In questo senso, noi tutti dovremmo dire grazie a Edward Snowden, dovremmo seriamente ringraziarlo di aver sacrificato la propria libertà personale, la propria vita privata e probabilmente anche la sua reputazione pubblica, per portare alla luce un così pervasivo e pericoloso programma di spionaggio di comunicazioni civili. Dobbiamo ringraziarlo perché è stato uno dei più efficaci whistleblowers degli ultimi decenni, che andrebbe premiato con le massime onorificenze disponibili e non braccato alla stregua di un capo di una rete terroristica islamica.

Per quanti non abbiano ancora capito cosa è effettivamente in gioco, qui non si tratta solo della nostra privacy, ma dell’essenza stessa di quello Stato che, anziché proteggerci, ci sorveglia con la scusa di volere il nostro bene. E a poco vale l’idea del “male non fare, paura non avere”, o peggio ancora dell’insulso “intercettateci tutti” diventato di moda quando, guarda caso, a essere intercettato era Silvio Berlusconi. A parte il fatto che una qualsiasi comunicazione ironica può essere letta e interpretata con tutt’altro tono e renderci, in questo modo, dei potenziali criminali, il fatto è che lo Stato ha il dovere di tenere il becco fuori dagli affari privati dei suoi cittadini, qualora non ci sia il minimo motivo per “attenzionare” qualcuno.

L’obiezione per cui queste limitazioni sono dovute a motivi di sicurezza è infondata. 238 anni fa, Benjamin Franklin scriveva che “they who can give up essential liberty to obtain a little temporary safety, deserve neither liberty nor safety (“coloro che rinunciano alle proprie libertà essenziali per ottenere una piccola temporanea sicurezza, non meritano né la libertà né la sicurezza”). Ed è ormai chiaro, infatti, che la lotta al terrorismo, come anche la lotta alle violazioni del copyright (che era alla base dell’ACTA) o magari all’evasione fiscale, sono soltanto scuse che i Governi democratici adducono per poter ampliare la propria sorveglianza sugli inermi cittadini e violare quegli stessi principi costituzionali che dovrebbero difendere.

È per questo motivo che, nonostante sia stato avvicinato proprio da Julian Assange, Snowden non può essere minimamente paragonato all’hacker australiano. Mentre Assange ha sostanzialmente pubblicato comunicazioni diplomatiche datate, il cui valore è apprezzabile ormai solo da studiosi e appassionati di relazioni internazionali, Snowden ha messo in crisi un sistema che stava minando dall’interno le fondamenta della democrazia occidentale. Eppure i nostri media preferiscono concentrarsi sul suo itinerario di fuggiasco, anziché comprendere che il “fuoco” va diretto verso i responsabili di questa operazione di chiaro stampo sovietico.


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Riflessioni per un articolo che non vedrà mai la luce

Ho provato a mettere per iscritto qui le idee che erano venute per un articolo. Già qualche giorno fa pensavo che non l’avrei mai pubblicato, perché mi sono “svegliato” troppo tardi. Siccome non mi va di pubblicarlo, ma nemmeno di cancellarlo, lo posto così.

A me il suk degli ultimi giorni in campagna elettorale (niente case abbattute, niente multe, ministeri decentrati, soli pittati, etc.) ricorda penosamente un film di Joe Dante del 1997, La seconda guerra civile americana – non propriamente un capolavoro, anzi, un film talmente grottesco da risultare pesante e parecchio moralista nella seconda parte, quindi perfettamente adatto al paragone che voglio fare.

[Nota: nel prosieguo del post farò riferimento a pezzi di trama del film, quindi se sei uno di quelli che “no, per carità, non dirmi niente del film”, hai due opportunità: 1) credermi sulla parola che il film non è granché e continuare a leggere il post; 2) staccare temporaneamente dalla lettura, vederti il film, darmi ragione sul fatto che non è granché e tornare a leggere questo post.]

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Ricevo e volentieri pubblico

In the last few years, I have written two dissertations on Tibet’s education and then later on regarding the policies and practices of the Chinese government on its ethnic minorities and the autonomy of Tibet. Although I am a Tibetan and have always been in either a minority or in the situation of victim of many injustices in this world, I strive to be optimist and look for hope.

Regarding Tibet, I try to be very objective and look out for solutions for the problems in Tibet. In fact, as a Tibetan, I strongly believe in non-violence movement against any power especially against “giant China” that never dared to choose that resort until now (I will never forget the sad episodes of Tiananmen square), multiculturalism, dialogue and respect between Tibetans and Chinese who live in Tibet and a genuine autonomy that protects and promotes ethnic diversity in Tibet.

I believe that more than ever before, Tibetans in Tibet need proper schools, good education, freedom of religion, socio-economic rights, and the right to preserve their own distinct language and culture. If we look at the statistics provided by the government of China, Tibetans in Tibet (I am saying Tibetans because in Tibet there are many other ethnic groups who live in Tibetan cities and they dilute the statistics) has one of the highest illiteracy rate and poverty among all the Chinese regions.

The protests that are spreading in all Tibetan lived areas besides Tibet Autonomous Region (TAR), in these days, is the deep rooted resentment of Tibetans from being neglected in all these fifty years by their government in development policies and for committing constant human rights abuses to them. Therefore, we should remain focused to the main issues despite the propagandas of the Chinese Government these days in the media.

Interestingly, the government is blaming Dalai Lama for being the main cause of the protests. But such statements are well known in the history of China and in the countries of dictatorships. The Government of China always needed a scapegoat to whom they can blame when the “people” start resisting publicly against their practices. I believe it is time for the government to make a good reality check and address the deep rooted problems of Tibetans.

Therefore, the issue of Tibet is centred on Human Rights and we “the people of open and free society,” must not hesitate to condemn China for its human rights abuses and to urgently call on the Chinese government to show responsibility by engaging in “genuine and official” dialogue with Dalai Lama.

We, Tibetans, have chosen to struggle with non violence means. So, information, objective information is one of the strongest weapons we have. So, I strongly believe in the strength of international public opinion to make change in Tibet.

Dekyi Dolkar


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Balcanicamente parlando

Avviso: Il post è stato modificato rispetto alla sua pubblicazione originale.

* * *

Premesso che:
1) non sono un tipo che ha in Putin il suo punto di riferimento, anzi parafrasando indegnamente Virgilio “Timeo Sarmates et dona ferentes”;
2) sulla Serbia il mio punto di vista è migliorato sensibilmente da quando quel macellaio nazionalista/socialista di Miloševic è stato deposto, e ancor di più da quando ha stirato le zampe;
3) non ho bisogno di ricordare a tutti quanto sia filo-americano;
4) ancor meno ho bisogno di ricordare a tutti quanto visceralmente ami i Balcani – in special modo il Montenegro, ancor di più le montenegrine;
5) sicuramente ricorderete che Churchill diceva che “i Balcani consumano più Storia di quanta ne possano produrre”;
6) è indubbio che sono anni che l’Italia non riesce a produrre una politica estera nei confronti dei Balcani che non sia drammaticamente subordinata a quella della Germania e degli Stati Uniti – che difatti ce magnano in testa;
7) è indubbio che sono anni che l’Italia non riesce a produrre una politica estera, punto;
8) è altrettanto indubbio che la Russia, da un paio d’anni a questa parte, è tornata alla carica, fomentata anche dalle rivoluzioni liberali nelle sue ex-colonie;
9) è chiaramente risaputo da tutti che la colpa del grande ritorno della Russia è nostra, perché l’abbiamo colpevolmente considerata la “periferia del mondo”, dunque incapace di rivestire nuovamente un ruolo di una certa importanza, quando era fin troppo chiaro che non sarebbe mai andata così;
10) è altrettanto chiaramente risaputo che dalli e dalli, se rompono pure li metalli, ovvero non è che Mosca starà lì ferma e zitta in eterno;

tutto ciò premesso, vorrei sommessamente dire che:

a) per la prima volta in vita mia, ritengo una dichiarazione di indipendenza pericolosa per gli assetti dei Balcani;
b) per la prima volta in vita mia, ritengo che Putin – al netto della propaganda – abbia dannatamente ragione;
c) non è la prima volta in vita mia che ritengo che gli USA abbiano fatto una cazzata, ma stavolta l’hanno fatta grossa quasi quanto quella del Vietnam;
d) aspettiamoci in futuro di imparare la dislocazione geografica di posti come Republika Srpska, Vojvodina, Abkhazia, Adjaria, Ossezia e magari altri che non mi sovvengono, ma che trovate nei Balcani e nel Caucaso, perchè saranno i prossimi terreni di scontro;
e) non aspettiamoci per nessun motivo al mondo nulla di buono provenire da quei terreni di scontro.