Sannita

Il radicale (a piede) libero


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Avete rotto il cazzo

Da moltissimo tempo non parlo più volentieri di politica. Non lo faccio (solo) perché mi fa schifo quello che mi sta intorno, ma perché l’argomento porta con sé una serie di piccole ferite che mi fa male ammettere – la “peggiore” delle quali quella del mio fallimento con Fare per Fermare il Declino, dopo la quale ho smesso di pensare di essere adatto a quel mondo lì.

Ho smesso di pensarlo perché ricordo quella sera dopo le elezioni, in cui una quindicina di candidati (fra cui il sottoscritto) si incontrarono in pizzeria per fare i conti con la sconfitta e leccarsi le ferite. Ricordo che, dopo la cena, due ex candidate mi si avvicinarono timorose, chiedendomi perché io avessi messo in giro delle voci false su di loro. Ricordo che le guardai come si guardano due pazze e spergiurai di non averlo mai fatto – anche perché effettivamente non lo feci mai. Ricordo che pensai: “Ma davvero qualcuno s’è preso la briga di mettermi in mezzo a una stronzata del genere, e perché poi? Davvero pensavamo di avere delle speranze? Davvero pensavamo di essere qualcosa di diverso da dei semplici portatori d’acqua?”

Perché non giriamoci intorno, la politica è questo. La politica è affare di gente di coltello e io dovevo sbatterci il muso per capire che, persona di coltello, non sono. Quell’esperienza mi ha fatto capire che la politica da candidato non fa per me. Purtroppo, non lo ricordo con piacere, perché un fallimento non fa mai piacere ricordarlo, ma tant’è.

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Ho iniziato con un ricordo personale perché mi sembrava giusto farlo e perché volevo sgomberare il campo da potenziali dubbi. Anzi, per essere ulteriormente sicuri, lo dico qui: io sono radicale. Sono filo-israeliano, filo-americano, filo-europeista e filo-atlantista. Sono per i diritti civili, sono per la regolamentazione (leggera e quanto più permissiva possibile) delle droghe leggere, dell’eutanasia, dell’aborto, della fecondazione assistita e di tutto quello che può assomigliare a un discorso vagamente “sensibile”. Credo fortemente che la libertà economica e la libertà civile/sociale non esistano da sole, ma esistano solo assieme e che siano inscindibili l’una dall’altra. Credo che Benedetto Croce sia stato (per questo motivo e per l’altra grande stronzata del far prevalere la conoscenza classica sulla conoscenza scientifica) il peggiore male che l’Italia abbia mai avuto, forse pari solo al Fascismo.

Credo inoltre tutto ciò che discende da queste pochissime linee guida, compreso il fatto che, se mi giudichi un coglione per una di queste cose, puoi benissimo ficcarti una zucchina in culo e tornare a casa saltellando al ritmo de La cucaracha. D’altronde, non ho fatto altro per tutta la mia vita che prendermi prese in giro, risate e risatine, sputi, insulti, ditini alzati e spiegazioni di come io sia un coglione a essere (non pensare, essere) come sono, e cioè sempre e comunque inadeguato, sbagliato e incapace.

La cosa che è cambiata nell’ultimo anno e rotti è che (forse) ho capito che io non devo nessuna spiegazione a te che leggi o a chiunque altro di chi io sia o di come io la pensi. Così è: ti piace, bene; non ti piace, fattene una ragione, perché a me poco me ne fotte.

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Uno dei corollari dei due punti di cui sopra è che, lungo questi anni e queste esperienze, ho conosciuto anche delle persone. Brave persone e persone di merda. Persone che ci credevano e persone che ci marciavano. Dolci e straordinarie, emeriti imbecilli e figli di mignotta – con questi ultimi due tratti che, spesso, si presentavano insieme. Insomma, persone. Poi c’erano quelli che “ah sei liberale quindi”, che possono tranquillamente rileggersi il pezzo di sopra, ma questi non contano perché stavolta “hanno quasi ragione” (cit.).

Col passare del tempo, ho notato (eufemismo) come la parola “liberale” ormai fosse più comune del verderame nei campi ai bei tempi, fino ad arrivare al simpatico siparietto di qualche anno fa in cui Santoro e Travaglio si accusavano fra loro di essere illiberali e si pregiavano di essere più liberale dell’altro. Un po’ come “neoliberismo” o “blockchain” o “gender” o “petaloso”, la parola “liberale” ha perso qualsivoglia significato, diventando ciò che vogliamo che sia.

Il problema – quello che per me è ancora un problema grosso, perché insiste sulla mia identità – è che molti di quelli che si dicono liberali sono poi, gratta gratta, delle persone che:

  1. hanno il culo parato da un contratto a tempo indeterminato, spesso in aziende pubbliche o para-pubbliche o in mercati scarsamente competitivi;
  2. “parliamo solo di economia” (segue bestemmia) (da parte mia, ovvio);
  3. odiano pagare le tasse e pertanto difendono l’evasione fiscale;
  4. “negri di merda” (includendoci anche gli arabi, sia ben chiaro);
  5. “questa storia del matrimonio fra omosessuali non ha bisogno di una legge, basta un contratto privato fra persone consenzienti”, che poi gratti un pochino ancora e diventa “froci di merda”;
  6. “queste puttane che vanno in giro con la minigonna a cercare cazzi e non stanno sotto al tavolo a farmi i bucchini a me” e altre misoginie sparse;
  7. “l’Unione europea deve/avrebbe dovuto essere solo libero mercato, tutto il resto va buttato/non avrebbe dovuto esserci”;
  8. “imporre di mettere la cintura o il casco o farmi il vaccino è una violazione dei miei diritti”;
  9. credono a puttanate clamorose tipo la teorizzazione di una sorta di neofeudalesimo (dove gli Stati più sono piccoli, meglio sono, e vaffanculo le economie di scala e la traiettoria della Storia degli ultimi 70 anni), il Men’s Rights Activism, la negazione del climate change, la teoria del gender, il piano Kalergi o cose del genere;
  10. sublimano tutti i punti precedenti (non tutti, ma un buon 99%) in una adorazione della figura di Vladimir Putin. ‘Nuff said.

Ora, a me di quello che questa gente grande, grossa e vaccinata (oddio, di ‘sti tempi…) decida più o meno consciamente di credere non me ne frega un cazzo. Sul serio, eh. Se con te trovo (altri) argomenti di conversazione, bene, sennò non me l’ha mica detto il dottore di continuare a frequentarti.

Comincia a fregarmene qualcosa, però, se decido di aderire a un movimento politico e me li trovo in mezzo alle palle. Perché una cosa è sentirmi dire che le mie idee sono stronzate, una cosa è sentirmi dire “ah ma allora sei d’accordo con X che dice Y” – dove Y è una stronzata colossale fra quelle di cui sopra e mi trovo a dovermi giustificare che “no, a dire il vero, la sua è una posizione personale e noi non la pensiamo così”, col danno che nel frattempo è stato ampiamente già fatto.

Me ne frega ancora di più se poi l’iniziativa fallisce, se ne fa un’altra e me li ritrovo un’altra volta in mezzo alle palle, senza che abbiano imparato un cazzo del fallimento passato. Perché io un genio non sono, sennò non stavo qua a scrivere ‘ste stronzate, ma nemmeno sono irrimediabilmente fesso e qualcosina di molto, molto basilare, l’ho capita perfino io. Per esempio, ho imparato che se il problema risiede anche nelle persone di cui ti circondi, uno dei primi atti che bisogna compiere nel rialzarsi è allontanare quelle persone, subito, prima che possano reiterare il danno.

Perché loro, il danno, lo reitereranno, sempre, in una nevrotica ossessione per cui fare una lista di candidati è l’obiettivo che ci si pone da subito. Per cui si deve parlare solo di economia. Per cui bisogna fare come i meme su Apputin per cui “i musulmani si devono adeguare, sennò fuori dalle palle” – e poco importa se in Russia ci sono un botto di moschee (e di musulmani) e se uno dei suoi migliori amici è quel delinquente di Ramzan Kadyrov – e “mica li fanno gli attentati in Russia” (e infatti ne hanno fatti solo un paio l’anno scorso, di cui uno a San Pietroburgo, sua città natale, il giorno prima che fosse in città).

Per cui la Lista Laica Liberale Repubblicana Socialista Liberista Libertaria Libertina Intitolata a Qualche Grande Nome Che Si Richiama a Tale Tradizione (Di Cui al Popolo Non Gliene Frega un Cazzo, Né del Nome, Né della Tradizione)™ porterà sicuro vagonate di voti alle elezioni amministrative di Pavullo nel Frignano.

Per cui, anziché strutturare un programma politico serio con pochi punti chiari e una strategia con cui guardare da qui a 3-5 anni, è bene immediatamente buttarsi a suon di comunicati politici nella battaglia politica del momento, perché a tutti i giornali gliene frega qualcosa delle stronzate che hai da dire tu, ovviamente.

Per cui facciamo il movimento di opinione con la velleità di essere da subito un grande partito politico, senza avere un minimo di strutturazione territoriale e senza avere la più pallida idea di che cazzo dire e fare, anche perché appena ci provi arriva qualcuno che ti spiega perché non si può sostenere l’idea che hai tu. E questa è una storia vera, di quando in una riunione dei candidati di Fare mi permisi di chiedere quale fosse la posizione riguardo i diritti civili (avendo in mente che si poteva fare fronte comune coi radicali, da cui mi sentivo comunque un fuoriuscito e da cui comunque arrivavano un buon pezzo di militanti) e mi sentii rispondere “no, qui parliamo solo di temi economici” – che significava, in altri termini, che in lista c’erano persone che “froci di merda”. All’epoca, feci finta di nulla, anche perché pensai cinicamente che, forse, quelle persone portavano soldi e risorse, dunque era bene non mozzicare la mano che ti dava da mangiare (stiamo pur sempre parlando di un movimento appena nato). Solo dopo molto tempo, capii che non c’era nemmeno quella di motivazione e che l’errore da me commesso era molto, molto più profondo di quanto immaginassi.

***

Siccome “queste sono storie di un tempo ormai passato” (cit.), che l’errore, anzi, gli errori commessi hanno insegnato la loro lezione, mi fa piacere da un certo punto di vista vedere come il sottoscritto nemmeno sia stato considerato per la questione della raccolta delle firme dell’ultima lista prodotta. D’altra parte, tutto questo conferma il sospetto che, per certe persone, tu esisti solo fintanto e solo in relazione a quanto gli servi. Certo, anche questo non lo imparo oggi: non è la prima volta che mi succede in generale e dopo un po’ impari ad accettare la cosa e allontanarti, con dignità, nel silenzio.

Fa male però vederlo reiterato da persone con cui, comunque, hai collaborato e lavorato in passato, di cui ti sei fidato, che hai considerato in modo tutto sommato positivo. Fa ancora più male quando ti guardi indietro e non vedi errori da parte tua (il che ti sembra pure strano).

La domanda che ti poni dunque è: perché questa gente non impara? Le risposte sono due: o sono fessi in maniera irreversibile, o hanno comunque un vantaggio a provarci, provarci, provarci finché non ci riescono. Vorrei pure poter dire che la seconda categoria sia più grande della prima, ma non ne sono poi così tanto sicuro.

Poi ti rendi conto che la domanda è un’altra (“Ma io che ci guadagno a dargli una mano a questa gente?”) e che la risposta te la sei già data tempo fa (“Niente”). Ti rendi conto che la verità è che “non siete voi a essere utili a me, ma sono io che sono utile a voi, quindi siete voi che dovreste cercare di tenermi, non io a dover continuare a cercarvi” (cit.), a maggior ragione se quello che mi chiedi di fare è sbattermi gratis perché tu possa ottenere o mantenere il tuo posticino ai piedi del tavolo dove mangiano i padroni, rubacchiando le molliche che cadono. Ancor più a maggior ragione se la tua impresa è sempre più disperata di quanto già non fosse l’ultima e quel posticino sempre più difficile da raggiungere o tenere.

***

Questo post è stato a tratti volgare e in generale pesante. Lo so. Purtroppo, non mi si può chiedere di rimanere totalmente indifferente, specie quando, appunto, vedi coinvolte le tue idee e persone a cui hai voluto bene o che hai stimato. Anche io ci ho messo del mio, perché sono notoriamente persona dalla miccia corta.

Non per odio ho scritto questo sfogo, però: “hatred is too strong an emotion to waste on someone you don’t like” (cit.). L’ho scritto per insofferenza, per dispiacere e anche un po’ per pietà nel vedere certa gente ridursi a questo, pur di non affrontare la realtà dei fatti e cambiare vita, una volta e per tutte, o farsene una. E allora mi permetto di dire di sentirmi “migliore” di queste persone. Non perché mi senta realizzato (tutt’altro) o perché possa dire di aver capito cosa voglio fare, cosa so fare e cosa essere (tutt’altro), ma perché almeno sento di non avere più niente a che spartire con queste persone.

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Perché non può non finire così

​Un giorno saprò affrontare il peggiore dei miei nemici, la persona che odio di più, che mi fa più paura di tutti, che mi ostacola e mi gambizza in ogni occasione, che mi fa pensare che la stasi sia preferibile al cambiamento “perché tanto come vuoi che vada a finire”.

Un giorno ci riuscirò, ma la verità è che vivo sempre come se quel giorno fosse la terra di Utopia.

Ma di certo non può finire che così. Perché non può non finire così.


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Come si dovrebbe costruire una timeline alternativa?

Questo post ci ha messo tanto a vedere la luce. Nato con l’intenzione di dare delle riflessioni sparse su un tema (la fantascienza ucronica) che a me piace tantissimo (e che, purtroppo, spesso e volentieri viene eseguita male), è diventato forse un po’ più complesso di quanto inizialmente previsto.

In parte, le riflessioni influenzate dal fatto che non molto tempo fa ho finito di vedere The Man in the High Castle (tra l’altro il libro da cui è tratto è stato il mio primo vero libro), che mi piace spesso giocare a Civilization, in particolare con un mod che si chiama Caveman 2 Cosmos (che fa largo uso di ipotesi alternative) e soprattutto dalla visione di molti video di AlternateHistoryHub. Insomma, come ho già detto, a me la fantascienza ucronica piace molto.

Il linguaggio non sarà sempre carino e coccoloso, siete avvertiti.

Ok, basta con l’introduzione, “let’s get straight to the biscuits” (cit.).

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Cose che ho imparato

Ho smesso di sopportare i bulli e i prepotenti un mattino del 2001, quando ebbi la forza di dirne quattro a un mio compagno di scuola più alto e grosso di me. Io non volevo fare una piazzata, ma lui sì. Mal gliene incolse, perché lo smerdai di fronte a quello stesso pubblico di fronte al quale lui voleva smerdare me.

Dire che rimasi da solo, dopo quel gesto di liberazione, sarebbe scorretto e ingiusto nei confronti dei pochi, ma buoni, amici che rimasero con me, ma rimasi comunque isolato all’interno della mia stessa classe.

Vorrei poter dire che non me ne fotte più niente a distanza di 13 anni, ma non è del tutto così. Perché quell’evento mi ha lasciato dei segni dentro, come è normale che sia. E perché quel giorno imparai alcune cose.

La prima è che uno il prepotente lo fa finché glielo si lascia fare. La prepotenza è dettata non solo dalla ricerca di consenso sociale, ma dal silenzioso assenso della società. “Sono ragazzi, che vuoi che dica? E poi ci siamo passati tutti…”

La seconda è che prendere di petto qualcuno che gode di questo silenzioso assenso genera un sentimento ipocrita nella massa: nessuno avrà il coraggio di prendere il prepotente e mandarlo col culo per terra, ma sta sicuro che in privato ti verranno a dire che sei stato bravo.

La terza è che, se prendi di petto qualcuno, lo fai solo per te stesso. Certo, ti guadagni anche l’amicizia sincera di chi ti rimane accanto, ma la guadagni perché “you stood up for something, sometimes in your life“, citando Churchill.

Ieri qualcuno ha avuto la pessima idea di venire (metaforicamente, si intende) a cagarmi nel giardino di casa. Lo ha fatto per voler marcare la sua forza nei miei confronti, lo ha fatto come per dirmi “qui comando io, carino, impara a non disturbarmi”.

Grave, gravissimo errore.

Perché si da il caso che io non sia soltanto puntiglioso, testardo, egocentrico, parecchio presuntuoso e ancor di più incazzoso, nonché uno che, se gli fai girare i coglioni, sa “tenere la cottura” per anni se necessario, perché ha un’ottima memoria per i torti subiti.

Si da il caso che io, 13 anni fa, non ho imparato soltanto che un bulletto si può sconfiggere, ma anche che delle sue motivazioni, delle sue carenze, della sua storia personale che lo ha portato a essere tale, me ne sbatto altamente i coglioni.

Perché io non sono motivato dalla vendetta come Edmond Dantes. “Hatred is too strong an emotion to waste on someone you don’t like“. (cit.)

Perché io, molto più modestamente, sono la personificazione di quel karma che ti sei attirato da solo e che adesso ti prenderà a calci nel culo, finché di chiappe non te ne trovi tre.

The game is on.


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Delle “privatizzazioni a debito” italiane (e del perché finiscano, sempre, nella merda)

Un mio amico mi ha chiesto: “tu che sei un esperto libercoso nonché attento osservatore della vita economica e politica del nostro paese, com’è che gli altri acquistano le nostre ex aziende di stato e noi invece siamo stati capaci solo di privatizzarle? Di chi è la colpa? Ma è una colpa? Vogliamo i nomi!!

Ecco qua le risposte.
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Considerazioni sull’acquisizione di Wikivoyage

1. Introduzione
Esattamente come il precedente post, questo post è nato per uso personale: stavolta però non dovevo farlo leggere a nessuno, si tratta solo di grafomania compulsiva.

Inoltre, buona parte di questo post comprende parte di questo post, che ho scritto per un altro blog e che ho integrato e aggiornato agli ultimi eventi.
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Integrazione di Wikizionario in Wikidata: un quadro esaustivo

1. Introduzione
Questo post è nato per uso personale, ossia per far leggere a un amico (admin su Wikizionario) una sintesi comprensibile della proposta di integrazione di Wikizionario in Wikidata. Dopodiché, ho deciso di riscriverlo e ampliarlo perché poteva tornarmi utile per far capire la situazione complessa alla base di questa integrazione.
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