Sannita

Il radicale (a piede) libero


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Diffidate della realtà che vi raccontano

Tanto tempo fa, quando avevo ancora il mio vecchio blog ed ero un ragazzino col sogno di diventare giornalista, mi interessai alla vicenda di una madre che lottava per riavere la potestà della figlia. Questa madre arrivò fino allo sciopero della fame e della sete e a incatenarsi di fronte al tribunale, pur di riottenerla. Alla vicenda si interessarono vari blogger e anche un giornalista di un certo rilievo.

Per farla breve, la vicenda si rivelò essere un gigantesco abbaglio: buona parte delle accuse della donna erano infondate e l’avvocato del padre mi contattò chiedendo di rimuovere il post incriminato, pena azioni legali nei miei confronti. Non lo rimossi, ma lo editai al punto tale da rendere totalmente impossibile capire di che cosa si stesse parlando e aggiunsi un disclaimer in cui chiarii che quel post restava là, così come l’avevo ridotto, a eterna memoria di “come non si gestisce un caso giornalistico”.

Nello specifico, da quella vicenda imparai che il principio di autorità è una stronzata: il fatto che una certa cosa sia affermata da una persona esperta nel campo non significa che quell’esperto non possa aver preso una cantonata. Imparai anche che non è vero che la verità sta nel mezzo, ma è vero che si desume quantomeno dall’ascolto di entrambe le campane.

(A margine: non ho ritenuto di dover importare quel post in questa versione del blog, d’altronde la lezione l’ho imparata ed è questo quello che conta).

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Circa un anno fa, vidi uno di quei video-servizi che circolano su Facebook riguardo una ragazza che, nel privato della sua abitazione, adorava vestirsi da bambina. Il servizio era completamente incentrato sulla sua “scelta di vita”, ufficialmente non giudicandola, ufficiosamente mostrando quanto fosse strana.

Solo per un brevissimo attimo, chi ha realizzato il servizio si è lasciato scappare che questa ragazza di 20 e qualcosa anni era stata qualche tempo prima vittima di violenza sessuale.

Nessuno mi toglie dalla mente che quel servizio andava completamente ripensato, che il vero fulcro della notizia (se pure vogliamo chiamarla tale) era che quella violenza subita aveva a tal punto segnato quella ragazza da rifiutarsi più o meno consciamente di crescere e diventare adulta. Pur mantenendo una vita fittiziamente normale al di fuori delle mura domestiche, nel privato della sua esistenza ha scelto e ottenuto di rimanere una bebè, di rifugiarsi in un’epoca della sua vita dove “tutto è bello e tutto è puro”.

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Il caso recente del 13enne della provincia di Padova tolto alle cure della madre perché “tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio” ha ovviamente generato la solita ondata di commenti stile “viviamo ancora sotto il Papato”.

Quello che mi ha impedito di reagire pavlovianamente alla notizia è stato una sorta di “sesto senso”, che mi ha portato istintivamente a diffidare della notizia così come riportata. Già scorrendo l’articolo, si poteva leggere come la madre avesse denunciato che il figlio fosse stato vittima di abusi e che avesse dunque ottenuto la custodia, ma anche come il giudice avesse notato un rapporto estremamente morboso fra madre e figlio e come i comportamenti del minore fossero “provocatori”, nel senso di una evidentissima, disperata richiesta di attenzione da parte di un ragazzo nemmeno adolescente che stava soffrendo per la separazione dei suoi genitori.

Anche stavolta, si è scelto di raccontare solo una parte della storia – che poi è la solita storia di due genitori impegnati a litigare sulla proprietà del figlio (non ho scelto le parole a caso) e scambiarsi accuse a vicenda, al punto di non avere tempo di riflettere sul danno che gli stanno arrecando a livello emozionale.

È bastato, qualche ora dopo, uno status di Simone Spetia (che in altri tempi sarebbe stato semplicemente “uno che fa il proprio lavoro” e che, proprio per questo, oggi è uno dei più affidabili su piazza) per ascoltare finalmente anche l’altra campana e ricondurre la storia a una sua “verità” o, perlomeno, a una “verità” più consona rispetto al mirabolante “caso gggender” su cui si voleva lucrare click e visibilità.

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Le conclusioni da molti anni sono il mio punto debole quando scrivo. Sono stanco di dover per forza trarre una morale da quanto scrivo o dover riassumere in poche righe quello che scrivo.

In parte, è come se volessi dire a chi mi legge “fammi il piacere di capirla da solo la morale, anche perché è facile da capirla”, come se mi sentissi stupidamente lapalissiano a dover statuire delle ovvietà.

In parte, è che non riesco ad accettare nel profondo quest’idea per cui il mio simile è talmente stupido da non comprendere la morale di questo post. Anche perché basterebbe leggere il titolo e basta, cosa che molti stupidi fanno già.

E no, niente link. Non voglio fornire ulteriori accessi a gente che non se li merita.


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E se Trump fosse l’ultima reazione di una generazione tradita?

Questa cosa l’ho pensata stamattina, ma avrei dovuto metterla per iscritto prima. Non so cosa ne verrà fuori. Non so se ha senso quanto sto per scrivere. Magari no.

Molti non sanno o non capiscono perché Trump guadagni così tanto successo fra gli elettori. Ma se ci fosse una motivazione più profonda, più sottovalutata, soprattutto della mia generazione?

Rifletto spesso su come la mia generazione sia incattivita, soprattutto perché siamo nati in un momento in cui… beh, avevamo vinto. Il Muro di Berlino era caduto, l’URSS è stata sconfitta, il capitalismo e l’Occidente avevano vinto, si teorizzava la Fine della Storia e le guerre a zero morti – da parte nostra, ovviamente (che gran cazzata) – insomma, un mondo più bello, in cui davvero si poteva creare un quasi-Superstato europeo senza confini e con una moneta unica.

Poi l’11 settembre ci ha svegliato. Poi è venuto il precariato, la lotta sull’articolo 18, la lunga stagione del “declino del Paese” (che io continuo a pensare sia stato primariamente generato dalle stesse menti ottuagenarie che ne parlavano nei vari talk show) e poi il colpo di grazia della crisi del 2008. E ti domandi perché poi abbiamo tutta questa rabbia repressa…

La cosa però è ancora più profonda. Noi non siamo solo cresciuti in un mondo in cui l’ottimismo era nell’aria. Il nostro ottimismo, l’idea che lavorando sodo avresti potuto raggiungere vette impressionanti ce l’ha trasmessa il cinema statunitense, come parte di quella proiezione di soft power della nostra Superpotenza preferita.

Ricordo un filmetto degli anni ottanta, andato di notte su Italia Uno che vidi quando avevo… boh, 10-11 anni, forse. C’era una fabbrica di auto statunitense che rischiava la chiusura a causa della concorrenza spietata giapponese. A un certo punto, gli operai e la dirigenza fecero i conti e si accordarono per lavorare di più e riuscire a battere i giapponesi sul loro campo: il numero di auto prodotte al giorno. Alla fine ci riescono e via di classica celebrazione americana.

Il punto è qui: era un momento in cui l’America era grande perché lo era, perché aveva la forza di esserlo. E lo slogan di Trump, non a caso è Make America Great Again. Perché, così come Aaron Sorkin fa dire a Jeff Daniels/Will McAvoy in The Newsroom, “America is not the greatest country in the world anymore” – e questo purtroppo lo abbiamo capito. Possiamo anche interrogarci se fosse vero che gli USA fossero grandi anche prima (secondo me, sì), ma sicuramente adesso non lo sono. E allora serve qualcuno che possa incarnare quello spirito nascosto, ferito. Qualcuno che possa risvegliare quel sentimento di un’America forte, orgogliosa, grande.

Non dico di averci preso in pieno, non dico che la mia analisi sia corretta, forse ho solo scritto stronzate, ma trovo che questo dubbio che dovrebbe essere approfondito. Abbiamo già commesso l’errore di sottovalutare l’impatto di una figura come quella di Berlusconi in Italia e, forse, abbiamo commesso l’errore di sottovalutare il motivo per cui è arrivato al potere: non il fatto che sia riuscito a rincoglionire un intero Paese, ma il fatto che quel Paese fosse esattamente come lui.


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Come si dovrebbe costruire una timeline alternativa?

Questo post ci ha messo tanto a vedere la luce. Nato con l’intenzione di dare delle riflessioni sparse su un tema (la fantascienza ucronica) che a me piace tantissimo (e che, purtroppo, spesso e volentieri viene eseguita male), è diventato forse un po’ più complesso di quanto inizialmente previsto.

In parte, le riflessioni influenzate dal fatto che non molto tempo fa ho finito di vedere The Man in the High Castle (tra l’altro il libro da cui è tratto è stato il mio primo vero libro), che mi piace spesso giocare a Civilization, in particolare con un mod che si chiama Caveman 2 Cosmos (che fa largo uso di ipotesi alternative) e soprattutto dalla visione di molti video di AlternateHistoryHub. Insomma, come ho già detto, a me la fantascienza ucronica piace molto.

Il linguaggio non sarà sempre carino e coccoloso, siete avvertiti.

Ok, basta con l’introduzione, “let’s get straight to the biscuits” (cit.).

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Come costruire facilmente una bufala

Nota: Questo post è stato aggiornato dopo la pubblicazione.

Dopo l’ennesimo post dell’ennesimo sito sconosciuto che diffonde l’ennesima notizia falsa che raggiunge migliaia e migliaia di condivisioni su Feisbuc ad opera dei soliti coglioni (qui non nell’accezione berlusconiana di “persona che vota il PD”, ma nella sua accezione offensiva originale), mi è venuta voglia di spiegarvi perché una notizia falsa è falsa.
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Riflessioni per un articolo che non vedrà mai la luce

Ho provato a mettere per iscritto qui le idee che erano venute per un articolo. Già qualche giorno fa pensavo che non l’avrei mai pubblicato, perché mi sono “svegliato” troppo tardi. Siccome non mi va di pubblicarlo, ma nemmeno di cancellarlo, lo posto così.

A me il suk degli ultimi giorni in campagna elettorale (niente case abbattute, niente multe, ministeri decentrati, soli pittati, etc.) ricorda penosamente un film di Joe Dante del 1997, La seconda guerra civile americana – non propriamente un capolavoro, anzi, un film talmente grottesco da risultare pesante e parecchio moralista nella seconda parte, quindi perfettamente adatto al paragone che voglio fare.

[Nota: nel prosieguo del post farò riferimento a pezzi di trama del film, quindi se sei uno di quelli che “no, per carità, non dirmi niente del film”, hai due opportunità: 1) credermi sulla parola che il film non è granché e continuare a leggere il post; 2) staccare temporaneamente dalla lettura, vederti il film, darmi ragione sul fatto che non è granché e tornare a leggere questo post.]

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Alle volte basta davvero poco

Una sera, due o forse tre anni fa, stavo tornando a casa. Erano le 23:15 circa, l’ora non conta, comunque non troppo tardi. Cuffiette nelle orecchie e passo svelto, pochi metri da casa. Girato l’angolo, sarei arrivato al portone.

Accanto a me, due ragazzi, magrebini a giudicare dall’aspetto, chiacchieravano nella loro lingua.

Non so perché mi è venuto da abbassare lo sguardo a terra. Forse perché avevo visto un ombra.

Era un vecchietto. Steso per terra. Lo guardo. Il cervello mi suggerisce l’immagine di un barbone ubriaco – a quel tempo, ce n’era uno che passava con le sue buste, biascicando ed urlando. Chissà che fine ha fatto…

Dicevo, il cervello mi suggerì quell’immagine, ma non era ubriaco. Era un vecchietto, disteso per terra. Mi guardava, senza dire nulla. Gli occhi mi supplicavano, il braccio era disteso a chiedere aiuto per rialzarsi.

Senza dirci niente, almeno a parole, interrompo la camminata e gli tendo la mano. I due ragazzi mi vedono, si fermano e anche loro tendono la mano. Lo rimettiamo in piedi.

Per un attimo, è come se avessi rivisto mio nonno nel suo volto.

Io raccolgo il bastone e glielo rendo, sempre senza dire una parola, ma con un sorriso. Accenna un grazie appena con lo sguardo.

Me ne vado subito, i due magrebini restano pochi secondi in più di me. Un grazie appena accennato con lo sguardo anche a loro. Tutto torna come prima, ognuno per la sua strada.

Questa storia non l’ho mai raccontata a nessuno, perché alla fine è un frammento insignificante di vita. L’unica a cui l’ho raccontata è stata Margherita, circa una settimana dopo che avvenne. Lei rimase sorpresa di quel gesto e quasi offesa del fatto che non glielo avessi raccontato subito.

Ogni tanto ripenso a quello sguardo che supplicava. E penso come alle volte basti davvero poco


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Antitesi / Senseless

Avviso: Il post è stato modificato rispetto alla sua pubblicazione originale.

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Ci sono notizie che ti piombano addosso come un incudine. Ma questa, a suo modo, è unica. Come lei.

Il post ha due titoli. Il primo è “Antitesi”, perché quello che ti hanno detto ieri al telefono e quello che tu sai di lei sono due concetti in aperto contrasto.

Da cui il secondo titolo, “Senseless”. Non venitemi a dire che tutto questo ha un senso. Non ce l’ha. Si dice spesso che “non è possibile” che sia accaduta quella cosa, perché la ritieni per l’appunto in antitesi con quella realtà che conosci.

Mettetevi nei miei panni, adesso. E chiedetevi se davvero avreste mai potuto immaginare questo.

Lo so che era tempo che non ci sentivamo. Ma voglio chiederti un ultimo favore. Prima che tu te ne vada per sempre, con una spiga in mano, passa da me. E dammi una spiegazione.

Per il resto, c’è solo una canzone che si adatta a te. E l’hanno già dedicata a un altro siculo che prima di te ci ha lasciato.

Ciao cummà.