Sannita

Il radicale (a piede) libero


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Avete rotto il cazzo

Da moltissimo tempo non parlo più volentieri di politica. Non lo faccio (solo) perché mi fa schifo quello che mi sta intorno, ma perché l’argomento porta con sé una serie di piccole ferite che mi fa male ammettere – la “peggiore” delle quali quella del mio fallimento con Fare per Fermare il Declino, dopo la quale ho smesso di pensare di essere adatto a quel mondo lì.

Ho smesso di pensarlo perché ricordo quella sera dopo le elezioni, in cui una quindicina di candidati (fra cui il sottoscritto) si incontrarono in pizzeria per fare i conti con la sconfitta e leccarsi le ferite. Ricordo che, dopo la cena, due ex candidate mi si avvicinarono timorose, chiedendomi perché io avessi messo in giro delle voci false su di loro. Ricordo che le guardai come si guardano due pazze e spergiurai di non averlo mai fatto – anche perché effettivamente non lo feci mai. Ricordo che pensai: “Ma davvero qualcuno s’è preso la briga di mettermi in mezzo a una stronzata del genere, e perché poi? Davvero pensavamo di avere delle speranze? Davvero pensavamo di essere qualcosa di diverso da dei semplici portatori d’acqua?”

Perché non giriamoci intorno, la politica è questo. La politica è affare di gente di coltello e io dovevo sbatterci il muso per capire che, persona di coltello, non sono. Quell’esperienza mi ha fatto capire che la politica da candidato non fa per me. Purtroppo, non lo ricordo con piacere, perché un fallimento non fa mai piacere ricordarlo, ma tant’è.

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Ho iniziato con un ricordo personale perché mi sembrava giusto farlo e perché volevo sgomberare il campo da potenziali dubbi. Anzi, per essere ulteriormente sicuri, lo dico qui: io sono radicale. Sono filo-israeliano, filo-americano, filo-europeista e filo-atlantista. Sono per i diritti civili, sono per la regolamentazione (leggera e quanto più permissiva possibile) delle droghe leggere, dell’eutanasia, dell’aborto, della fecondazione assistita e di tutto quello che può assomigliare a un discorso vagamente “sensibile”. Credo fortemente che la libertà economica e la libertà civile/sociale non esistano da sole, ma esistano solo assieme e che siano inscindibili l’una dall’altra. Credo che Benedetto Croce sia stato (per questo motivo e per l’altra grande stronzata del far prevalere la conoscenza classica sulla conoscenza scientifica) il peggiore male che l’Italia abbia mai avuto, forse pari solo al Fascismo.

Credo inoltre tutto ciò che discende da queste pochissime linee guida, compreso il fatto che, se mi giudichi un coglione per una di queste cose, puoi benissimo ficcarti una zucchina in culo e tornare a casa saltellando al ritmo de La cucaracha. D’altronde, non ho fatto altro per tutta la mia vita che prendermi prese in giro, risate e risatine, sputi, insulti, ditini alzati e spiegazioni di come io sia un coglione a essere (non pensare, essere) come sono, e cioè sempre e comunque inadeguato, sbagliato e incapace.

La cosa che è cambiata nell’ultimo anno e rotti è che (forse) ho capito che io non devo nessuna spiegazione a te che leggi o a chiunque altro di chi io sia o di come io la pensi. Così è: ti piace, bene; non ti piace, fattene una ragione, perché a me poco me ne fotte.

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Uno dei corollari dei due punti di cui sopra è che, lungo questi anni e queste esperienze, ho conosciuto anche delle persone. Brave persone e persone di merda. Persone che ci credevano e persone che ci marciavano. Dolci e straordinarie, emeriti imbecilli e figli di mignotta – con questi ultimi due tratti che, spesso, si presentavano insieme. Insomma, persone. Poi c’erano quelli che “ah sei liberale quindi”, che possono tranquillamente rileggersi il pezzo di sopra, ma questi non contano perché stavolta “hanno quasi ragione” (cit.).

Col passare del tempo, ho notato (eufemismo) come la parola “liberale” ormai fosse più comune del verderame nei campi ai bei tempi, fino ad arrivare al simpatico siparietto di qualche anno fa in cui Santoro e Travaglio si accusavano fra loro di essere illiberali e si pregiavano di essere più liberale dell’altro. Un po’ come “neoliberismo” o “blockchain” o “gender” o “petaloso”, la parola “liberale” ha perso qualsivoglia significato, diventando ciò che vogliamo che sia.

Il problema – quello che per me è ancora un problema grosso, perché insiste sulla mia identità – è che molti di quelli che si dicono liberali sono poi, gratta gratta, delle persone che:

  1. hanno il culo parato da un contratto a tempo indeterminato, spesso in aziende pubbliche o para-pubbliche o in mercati scarsamente competitivi;
  2. “parliamo solo di economia” (segue bestemmia) (da parte mia, ovvio);
  3. odiano pagare le tasse e pertanto difendono l’evasione fiscale;
  4. “negri di merda” (includendoci anche gli arabi, sia ben chiaro);
  5. “questa storia del matrimonio fra omosessuali non ha bisogno di una legge, basta un contratto privato fra persone consenzienti”, che poi gratti un pochino ancora e diventa “froci di merda”;
  6. “queste puttane che vanno in giro con la minigonna a cercare cazzi e non stanno sotto al tavolo a farmi i bucchini a me” e altre misoginie sparse;
  7. “l’Unione europea deve/avrebbe dovuto essere solo libero mercato, tutto il resto va buttato/non avrebbe dovuto esserci”;
  8. “imporre di mettere la cintura o il casco o farmi il vaccino è una violazione dei miei diritti”;
  9. credono a puttanate clamorose tipo la teorizzazione di una sorta di neofeudalesimo (dove gli Stati più sono piccoli, meglio sono, e vaffanculo le economie di scala e la traiettoria della Storia degli ultimi 70 anni), il Men’s Rights Activism, la negazione del climate change, la teoria del gender, il piano Kalergi o cose del genere;
  10. sublimano tutti i punti precedenti (non tutti, ma un buon 99%) in una adorazione della figura di Vladimir Putin. ‘Nuff said.

Ora, a me di quello che questa gente grande, grossa e vaccinata (oddio, di ‘sti tempi…) decida più o meno consciamente di credere non me ne frega un cazzo. Sul serio, eh. Se con te trovo (altri) argomenti di conversazione, bene, sennò non me l’ha mica detto il dottore di continuare a frequentarti.

Comincia a fregarmene qualcosa, però, se decido di aderire a un movimento politico e me li trovo in mezzo alle palle. Perché una cosa è sentirmi dire che le mie idee sono stronzate, una cosa è sentirmi dire “ah ma allora sei d’accordo con X che dice Y” – dove Y è una stronzata colossale fra quelle di cui sopra e mi trovo a dovermi giustificare che “no, a dire il vero, la sua è una posizione personale e noi non la pensiamo così”, col danno che nel frattempo è stato ampiamente già fatto.

Me ne frega ancora di più se poi l’iniziativa fallisce, se ne fa un’altra e me li ritrovo un’altra volta in mezzo alle palle, senza che abbiano imparato un cazzo del fallimento passato. Perché io un genio non sono, sennò non stavo qua a scrivere ‘ste stronzate, ma nemmeno sono irrimediabilmente fesso e qualcosina di molto, molto basilare, l’ho capita perfino io. Per esempio, ho imparato che se il problema risiede anche nelle persone di cui ti circondi, uno dei primi atti che bisogna compiere nel rialzarsi è allontanare quelle persone, subito, prima che possano reiterare il danno.

Perché loro, il danno, lo reitereranno, sempre, in una nevrotica ossessione per cui fare una lista di candidati è l’obiettivo che ci si pone da subito. Per cui si deve parlare solo di economia. Per cui bisogna fare come i meme su Apputin per cui “i musulmani si devono adeguare, sennò fuori dalle palle” – e poco importa se in Russia ci sono un botto di moschee (e di musulmani) e se uno dei suoi migliori amici è quel delinquente di Ramzan Kadyrov – e “mica li fanno gli attentati in Russia” (e infatti ne hanno fatti solo un paio l’anno scorso, di cui uno a San Pietroburgo, sua città natale, il giorno prima che fosse in città).

Per cui la Lista Laica Liberale Repubblicana Socialista Liberista Libertaria Libertina Intitolata a Qualche Grande Nome Che Si Richiama a Tale Tradizione (Di Cui al Popolo Non Gliene Frega un Cazzo, Né del Nome, Né della Tradizione)™ porterà sicuro vagonate di voti alle elezioni amministrative di Pavullo nel Frignano.

Per cui, anziché strutturare un programma politico serio con pochi punti chiari e una strategia con cui guardare da qui a 3-5 anni, è bene immediatamente buttarsi a suon di comunicati politici nella battaglia politica del momento, perché a tutti i giornali gliene frega qualcosa delle stronzate che hai da dire tu, ovviamente.

Per cui facciamo il movimento di opinione con la velleità di essere da subito un grande partito politico, senza avere un minimo di strutturazione territoriale e senza avere la più pallida idea di che cazzo dire e fare, anche perché appena ci provi arriva qualcuno che ti spiega perché non si può sostenere l’idea che hai tu. E questa è una storia vera, di quando in una riunione dei candidati di Fare mi permisi di chiedere quale fosse la posizione riguardo i diritti civili (avendo in mente che si poteva fare fronte comune coi radicali, da cui mi sentivo comunque un fuoriuscito e da cui comunque arrivavano un buon pezzo di militanti) e mi sentii rispondere “no, qui parliamo solo di temi economici” – che significava, in altri termini, che in lista c’erano persone che “froci di merda”. All’epoca, feci finta di nulla, anche perché pensai cinicamente che, forse, quelle persone portavano soldi e risorse, dunque era bene non mozzicare la mano che ti dava da mangiare (stiamo pur sempre parlando di un movimento appena nato). Solo dopo molto tempo, capii che non c’era nemmeno quella di motivazione e che l’errore da me commesso era molto, molto più profondo di quanto immaginassi.

***

Siccome “queste sono storie di un tempo ormai passato” (cit.), che l’errore, anzi, gli errori commessi hanno insegnato la loro lezione, mi fa piacere da un certo punto di vista vedere come il sottoscritto nemmeno sia stato considerato per la questione della raccolta delle firme dell’ultima lista prodotta. D’altra parte, tutto questo conferma il sospetto che, per certe persone, tu esisti solo fintanto e solo in relazione a quanto gli servi. Certo, anche questo non lo imparo oggi: non è la prima volta che mi succede in generale e dopo un po’ impari ad accettare la cosa e allontanarti, con dignità, nel silenzio.

Fa male però vederlo reiterato da persone con cui, comunque, hai collaborato e lavorato in passato, di cui ti sei fidato, che hai considerato in modo tutto sommato positivo. Fa ancora più male quando ti guardi indietro e non vedi errori da parte tua (il che ti sembra pure strano).

La domanda che ti poni dunque è: perché questa gente non impara? Le risposte sono due: o sono fessi in maniera irreversibile, o hanno comunque un vantaggio a provarci, provarci, provarci finché non ci riescono. Vorrei pure poter dire che la seconda categoria sia più grande della prima, ma non ne sono poi così tanto sicuro.

Poi ti rendi conto che la domanda è un’altra (“Ma io che ci guadagno a dargli una mano a questa gente?”) e che la risposta te la sei già data tempo fa (“Niente”). Ti rendi conto che la verità è che “non siete voi a essere utili a me, ma sono io che sono utile a voi, quindi siete voi che dovreste cercare di tenermi, non io a dover continuare a cercarvi” (cit.), a maggior ragione se quello che mi chiedi di fare è sbattermi gratis perché tu possa ottenere o mantenere il tuo posticino ai piedi del tavolo dove mangiano i padroni, rubacchiando le molliche che cadono. Ancor più a maggior ragione se la tua impresa è sempre più disperata di quanto già non fosse l’ultima e quel posticino sempre più difficile da raggiungere o tenere.

***

Questo post è stato a tratti volgare e in generale pesante. Lo so. Purtroppo, non mi si può chiedere di rimanere totalmente indifferente, specie quando, appunto, vedi coinvolte le tue idee e persone a cui hai voluto bene o che hai stimato. Anche io ci ho messo del mio, perché sono notoriamente persona dalla miccia corta.

Non per odio ho scritto questo sfogo, però: “hatred is too strong an emotion to waste on someone you don’t like” (cit.). L’ho scritto per insofferenza, per dispiacere e anche un po’ per pietà nel vedere certa gente ridursi a questo, pur di non affrontare la realtà dei fatti e cambiare vita, una volta e per tutte, o farsene una. E allora mi permetto di dire di sentirmi “migliore” di queste persone. Non perché mi senta realizzato (tutt’altro) o perché possa dire di aver capito cosa voglio fare, cosa so fare e cosa essere (tutt’altro), ma perché almeno sento di non avere più niente a che spartire con queste persone.

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Diffidate della realtà che vi raccontano

Tanto tempo fa, quando avevo ancora il mio vecchio blog ed ero un ragazzino col sogno di diventare giornalista, mi interessai alla vicenda di una madre che lottava per riavere la potestà della figlia. Questa madre arrivò fino allo sciopero della fame e della sete e a incatenarsi di fronte al tribunale, pur di riottenerla. Alla vicenda si interessarono vari blogger e anche un giornalista di un certo rilievo.

Per farla breve, la vicenda si rivelò essere un gigantesco abbaglio: buona parte delle accuse della donna erano infondate e l’avvocato del padre mi contattò chiedendo di rimuovere il post incriminato, pena azioni legali nei miei confronti. Non lo rimossi, ma lo editai al punto tale da rendere totalmente impossibile capire di che cosa si stesse parlando e aggiunsi un disclaimer in cui chiarii che quel post restava là, così come l’avevo ridotto, a eterna memoria di “come non si gestisce un caso giornalistico”.

Nello specifico, da quella vicenda imparai che il principio di autorità è una stronzata: il fatto che una certa cosa sia affermata da una persona esperta nel campo non significa che quell’esperto non possa aver preso una cantonata. Imparai anche che non è vero che la verità sta nel mezzo, ma è vero che si desume quantomeno dall’ascolto di entrambe le campane.

(A margine: non ho ritenuto di dover importare quel post in questa versione del blog, d’altronde la lezione l’ho imparata ed è questo quello che conta).

* * *

Circa un anno fa, vidi uno di quei video-servizi che circolano su Facebook riguardo una ragazza che, nel privato della sua abitazione, adorava vestirsi da bambina. Il servizio era completamente incentrato sulla sua “scelta di vita”, ufficialmente non giudicandola, ufficiosamente mostrando quanto fosse strana.

Solo per un brevissimo attimo, chi ha realizzato il servizio si è lasciato scappare che questa ragazza di 20 e qualcosa anni era stata qualche tempo prima vittima di violenza sessuale.

Nessuno mi toglie dalla mente che quel servizio andava completamente ripensato, che il vero fulcro della notizia (se pure vogliamo chiamarla tale) era che quella violenza subita aveva a tal punto segnato quella ragazza da rifiutarsi più o meno consciamente di crescere e diventare adulta. Pur mantenendo una vita fittiziamente normale al di fuori delle mura domestiche, nel privato della sua esistenza ha scelto e ottenuto di rimanere una bebè, di rifugiarsi in un’epoca della sua vita dove “tutto è bello e tutto è puro”.

* * *

Il caso recente del 13enne della provincia di Padova tolto alle cure della madre perché “tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio” ha ovviamente generato la solita ondata di commenti stile “viviamo ancora sotto il Papato”.

Quello che mi ha impedito di reagire pavlovianamente alla notizia è stato una sorta di “sesto senso”, che mi ha portato istintivamente a diffidare della notizia così come riportata. Già scorrendo l’articolo, si poteva leggere come la madre avesse denunciato che il figlio fosse stato vittima di abusi e che avesse dunque ottenuto la custodia, ma anche come il giudice avesse notato un rapporto estremamente morboso fra madre e figlio e come i comportamenti del minore fossero “provocatori”, nel senso di una evidentissima, disperata richiesta di attenzione da parte di un ragazzo nemmeno adolescente che stava soffrendo per la separazione dei suoi genitori.

Anche stavolta, si è scelto di raccontare solo una parte della storia – che poi è la solita storia di due genitori impegnati a litigare sulla proprietà del figlio (non ho scelto le parole a caso) e scambiarsi accuse a vicenda, al punto di non avere tempo di riflettere sul danno che gli stanno arrecando a livello emozionale.

È bastato, qualche ora dopo, uno status di Simone Spetia (che in altri tempi sarebbe stato semplicemente “uno che fa il proprio lavoro” e che, proprio per questo, oggi è uno dei più affidabili su piazza) per ascoltare finalmente anche l’altra campana e ricondurre la storia a una sua “verità” o, perlomeno, a una “verità” più consona rispetto al mirabolante “caso gggender” su cui si voleva lucrare click e visibilità.

* * *

Le conclusioni da molti anni sono il mio punto debole quando scrivo. Sono stanco di dover per forza trarre una morale da quanto scrivo o dover riassumere in poche righe quello che scrivo.

In parte, è come se volessi dire a chi mi legge “fammi il piacere di capirla da solo la morale, anche perché è facile da capirla”, come se mi sentissi stupidamente lapalissiano a dover statuire delle ovvietà.

In parte, è che non riesco ad accettare nel profondo quest’idea per cui il mio simile è talmente stupido da non comprendere la morale di questo post. Anche perché basterebbe leggere il titolo e basta, cosa che molti stupidi fanno già.

E no, niente link. Non voglio fornire ulteriori accessi a gente che non se li merita.


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E se Trump fosse l’ultima reazione di una generazione tradita?

Questa cosa l’ho pensata stamattina, ma avrei dovuto metterla per iscritto prima. Non so cosa ne verrà fuori. Non so se ha senso quanto sto per scrivere. Magari no.

Molti non sanno o non capiscono perché Trump guadagni così tanto successo fra gli elettori. Ma se ci fosse una motivazione più profonda, più sottovalutata, soprattutto della mia generazione?

Rifletto spesso su come la mia generazione sia incattivita, soprattutto perché siamo nati in un momento in cui… beh, avevamo vinto. Il Muro di Berlino era caduto, l’URSS è stata sconfitta, il capitalismo e l’Occidente avevano vinto, si teorizzava la Fine della Storia e le guerre a zero morti – da parte nostra, ovviamente (che gran cazzata) – insomma, un mondo più bello, in cui davvero si poteva creare un quasi-Superstato europeo senza confini e con una moneta unica.

Poi l’11 settembre ci ha svegliato. Poi è venuto il precariato, la lotta sull’articolo 18, la lunga stagione del “declino del Paese” (che io continuo a pensare sia stato primariamente generato dalle stesse menti ottuagenarie che ne parlavano nei vari talk show) e poi il colpo di grazia della crisi del 2008. E ti domandi perché poi abbiamo tutta questa rabbia repressa…

La cosa però è ancora più profonda. Noi non siamo solo cresciuti in un mondo in cui l’ottimismo era nell’aria. Il nostro ottimismo, l’idea che lavorando sodo avresti potuto raggiungere vette impressionanti ce l’ha trasmessa il cinema statunitense, come parte di quella proiezione di soft power della nostra Superpotenza preferita.

Ricordo un filmetto degli anni ottanta, andato di notte su Italia Uno che vidi quando avevo… boh, 10-11 anni, forse. C’era una fabbrica di auto statunitense che rischiava la chiusura a causa della concorrenza spietata giapponese. A un certo punto, gli operai e la dirigenza fecero i conti e si accordarono per lavorare di più e riuscire a battere i giapponesi sul loro campo: il numero di auto prodotte al giorno. Alla fine ci riescono e via di classica celebrazione americana.

Il punto è qui: era un momento in cui l’America era grande perché lo era, perché aveva la forza di esserlo. E lo slogan di Trump, non a caso è Make America Great Again. Perché, così come Aaron Sorkin fa dire a Jeff Daniels/Will McAvoy in The Newsroom, “America is not the greatest country in the world anymore” – e questo purtroppo lo abbiamo capito. Possiamo anche interrogarci se fosse vero che gli USA fossero grandi anche prima (secondo me, sì), ma sicuramente adesso non lo sono. E allora serve qualcuno che possa incarnare quello spirito nascosto, ferito. Qualcuno che possa risvegliare quel sentimento di un’America forte, orgogliosa, grande.

Non dico di averci preso in pieno, non dico che la mia analisi sia corretta, forse ho solo scritto stronzate, ma trovo che questo dubbio che dovrebbe essere approfondito. Abbiamo già commesso l’errore di sottovalutare l’impatto di una figura come quella di Berlusconi in Italia e, forse, abbiamo commesso l’errore di sottovalutare il motivo per cui è arrivato al potere: non il fatto che sia riuscito a rincoglionire un intero Paese, ma il fatto che quel Paese fosse esattamente come lui.


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Come si dovrebbe costruire una timeline alternativa?

Questo post ci ha messo tanto a vedere la luce. Nato con l’intenzione di dare delle riflessioni sparse su un tema (la fantascienza ucronica) che a me piace tantissimo (e che, purtroppo, spesso e volentieri viene eseguita male), è diventato forse un po’ più complesso di quanto inizialmente previsto.

In parte, le riflessioni influenzate dal fatto che non molto tempo fa ho finito di vedere The Man in the High Castle (tra l’altro il libro da cui è tratto è stato il mio primo vero libro), che mi piace spesso giocare a Civilization, in particolare con un mod che si chiama Caveman 2 Cosmos (che fa largo uso di ipotesi alternative) e soprattutto dalla visione di molti video di AlternateHistoryHub. Insomma, come ho già detto, a me la fantascienza ucronica piace molto.

Il linguaggio non sarà sempre carino e coccoloso, siete avvertiti.

Ok, basta con l’introduzione, “let’s get straight to the biscuits” (cit.).

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Come costruire facilmente una bufala

Nota: Questo post è stato aggiornato dopo la pubblicazione.

Dopo l’ennesimo post dell’ennesimo sito sconosciuto che diffonde l’ennesima notizia falsa che raggiunge migliaia e migliaia di condivisioni su Feisbuc ad opera dei soliti coglioni (qui non nell’accezione berlusconiana di “persona che vota il PD”, ma nella sua accezione offensiva originale), mi è venuta voglia di spiegarvi perché una notizia falsa è falsa.
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Riflessioni per un articolo che non vedrà mai la luce

Ho provato a mettere per iscritto qui le idee che erano venute per un articolo. Già qualche giorno fa pensavo che non l’avrei mai pubblicato, perché mi sono “svegliato” troppo tardi. Siccome non mi va di pubblicarlo, ma nemmeno di cancellarlo, lo posto così.

A me il suk degli ultimi giorni in campagna elettorale (niente case abbattute, niente multe, ministeri decentrati, soli pittati, etc.) ricorda penosamente un film di Joe Dante del 1997, La seconda guerra civile americana – non propriamente un capolavoro, anzi, un film talmente grottesco da risultare pesante e parecchio moralista nella seconda parte, quindi perfettamente adatto al paragone che voglio fare.

[Nota: nel prosieguo del post farò riferimento a pezzi di trama del film, quindi se sei uno di quelli che “no, per carità, non dirmi niente del film”, hai due opportunità: 1) credermi sulla parola che il film non è granché e continuare a leggere il post; 2) staccare temporaneamente dalla lettura, vederti il film, darmi ragione sul fatto che non è granché e tornare a leggere questo post.]

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Alle volte basta davvero poco

Una sera, due o forse tre anni fa, stavo tornando a casa. Erano le 23:15 circa, l’ora non conta, comunque non troppo tardi. Cuffiette nelle orecchie e passo svelto, pochi metri da casa. Girato l’angolo, sarei arrivato al portone.

Accanto a me, due ragazzi, magrebini a giudicare dall’aspetto, chiacchieravano nella loro lingua.

Non so perché mi è venuto da abbassare lo sguardo a terra. Forse perché avevo visto un ombra.

Era un vecchietto. Steso per terra. Lo guardo. Il cervello mi suggerisce l’immagine di un barbone ubriaco – a quel tempo, ce n’era uno che passava con le sue buste, biascicando ed urlando. Chissà che fine ha fatto…

Dicevo, il cervello mi suggerì quell’immagine, ma non era ubriaco. Era un vecchietto, disteso per terra. Mi guardava, senza dire nulla. Gli occhi mi supplicavano, il braccio era disteso a chiedere aiuto per rialzarsi.

Senza dirci niente, almeno a parole, interrompo la camminata e gli tendo la mano. I due ragazzi mi vedono, si fermano e anche loro tendono la mano. Lo rimettiamo in piedi.

Per un attimo, è come se avessi rivisto mio nonno nel suo volto.

Io raccolgo il bastone e glielo rendo, sempre senza dire una parola, ma con un sorriso. Accenna un grazie appena con lo sguardo.

Me ne vado subito, i due magrebini restano pochi secondi in più di me. Un grazie appena accennato con lo sguardo anche a loro. Tutto torna come prima, ognuno per la sua strada.

Questa storia non l’ho mai raccontata a nessuno, perché alla fine è un frammento insignificante di vita. L’unica a cui l’ho raccontata è stata Margherita, circa una settimana dopo che avvenne. Lei rimase sorpresa di quel gesto e quasi offesa del fatto che non glielo avessi raccontato subito.

Ogni tanto ripenso a quello sguardo che supplicava. E penso come alle volte basti davvero poco