Sannita

Il radicale (a piede) libero


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Avete rotto il cazzo

Da moltissimo tempo non parlo più volentieri di politica. Non lo faccio (solo) perché mi fa schifo quello che mi sta intorno, ma perché l’argomento porta con sé una serie di piccole ferite che mi fa male ammettere – la “peggiore” delle quali quella del mio fallimento con Fare per Fermare il Declino, dopo la quale ho smesso di pensare di essere adatto a quel mondo lì.

Ho smesso di pensarlo perché ricordo quella sera dopo le elezioni, in cui una quindicina di candidati (fra cui il sottoscritto) si incontrarono in pizzeria per fare i conti con la sconfitta e leccarsi le ferite. Ricordo che, dopo la cena, due ex candidate mi si avvicinarono timorose, chiedendomi perché io avessi messo in giro delle voci false su di loro. Ricordo che le guardai come si guardano due pazze e spergiurai di non averlo mai fatto – anche perché effettivamente non lo feci mai. Ricordo che pensai: “Ma davvero qualcuno s’è preso la briga di mettermi in mezzo a una stronzata del genere, e perché poi? Davvero pensavamo di avere delle speranze? Davvero pensavamo di essere qualcosa di diverso da dei semplici portatori d’acqua?”

Perché non giriamoci intorno, la politica è questo. La politica è affare di gente di coltello e io dovevo sbatterci il muso per capire che, persona di coltello, non sono. Quell’esperienza mi ha fatto capire che la politica da candidato non fa per me. Purtroppo, non lo ricordo con piacere, perché un fallimento non fa mai piacere ricordarlo, ma tant’è.

***

Ho iniziato con un ricordo personale perché mi sembrava giusto farlo e perché volevo sgomberare il campo da potenziali dubbi. Anzi, per essere ulteriormente sicuri, lo dico qui: io sono radicale. Sono filo-israeliano, filo-americano, filo-europeista e filo-atlantista. Sono per i diritti civili, sono per la regolamentazione (leggera e quanto più permissiva possibile) delle droghe leggere, dell’eutanasia, dell’aborto, della fecondazione assistita e di tutto quello che può assomigliare a un discorso vagamente “sensibile”. Credo fortemente che la libertà economica e la libertà civile/sociale non esistano da sole, ma esistano solo assieme e che siano inscindibili l’una dall’altra. Credo che Benedetto Croce sia stato (per questo motivo e per l’altra grande stronzata del far prevalere la conoscenza classica sulla conoscenza scientifica) il peggiore male che l’Italia abbia mai avuto, forse pari solo al Fascismo.

Credo inoltre tutto ciò che discende da queste pochissime linee guida, compreso il fatto che, se mi giudichi un coglione per una di queste cose, puoi benissimo ficcarti una zucchina in culo e tornare a casa saltellando al ritmo de La cucaracha. D’altronde, non ho fatto altro per tutta la mia vita che prendermi prese in giro, risate e risatine, sputi, insulti, ditini alzati e spiegazioni di come io sia un coglione a essere (non pensare, essere) come sono, e cioè sempre e comunque inadeguato, sbagliato e incapace.

La cosa che è cambiata nell’ultimo anno e rotti è che (forse) ho capito che io non devo nessuna spiegazione a te che leggi o a chiunque altro di chi io sia o di come io la pensi. Così è: ti piace, bene; non ti piace, fattene una ragione, perché a me poco me ne fotte.

***

Uno dei corollari dei due punti di cui sopra è che, lungo questi anni e queste esperienze, ho conosciuto anche delle persone. Brave persone e persone di merda. Persone che ci credevano e persone che ci marciavano. Dolci e straordinarie, emeriti imbecilli e figli di mignotta – con questi ultimi due tratti che, spesso, si presentavano insieme. Insomma, persone. Poi c’erano quelli che “ah sei liberale quindi”, che possono tranquillamente rileggersi il pezzo di sopra, ma questi non contano perché stavolta “hanno quasi ragione” (cit.).

Col passare del tempo, ho notato (eufemismo) come la parola “liberale” ormai fosse più comune del verderame nei campi ai bei tempi, fino ad arrivare al simpatico siparietto di qualche anno fa in cui Santoro e Travaglio si accusavano fra loro di essere illiberali e si pregiavano di essere più liberale dell’altro. Un po’ come “neoliberismo” o “blockchain” o “gender” o “petaloso”, la parola “liberale” ha perso qualsivoglia significato, diventando ciò che vogliamo che sia.

Il problema – quello che per me è ancora un problema grosso, perché insiste sulla mia identità – è che molti di quelli che si dicono liberali sono poi, gratta gratta, delle persone che:

  1. hanno il culo parato da un contratto a tempo indeterminato, spesso in aziende pubbliche o para-pubbliche o in mercati scarsamente competitivi;
  2. “parliamo solo di economia” (segue bestemmia) (da parte mia, ovvio);
  3. odiano pagare le tasse e pertanto difendono l’evasione fiscale;
  4. “negri di merda” (includendoci anche gli arabi, sia ben chiaro);
  5. “questa storia del matrimonio fra omosessuali non ha bisogno di una legge, basta un contratto privato fra persone consenzienti”, che poi gratti un pochino ancora e diventa “froci di merda”;
  6. “queste puttane che vanno in giro con la minigonna a cercare cazzi e non stanno sotto al tavolo a farmi i bucchini a me” e altre misoginie sparse;
  7. “l’Unione europea deve/avrebbe dovuto essere solo libero mercato, tutto il resto va buttato/non avrebbe dovuto esserci”;
  8. “imporre di mettere la cintura o il casco o farmi il vaccino è una violazione dei miei diritti”;
  9. credono a puttanate clamorose tipo la teorizzazione di una sorta di neofeudalesimo (dove gli Stati più sono piccoli, meglio sono, e vaffanculo le economie di scala e la traiettoria della Storia degli ultimi 70 anni), il Men’s Rights Activism, la negazione del climate change, la teoria del gender, il piano Kalergi o cose del genere;
  10. sublimano tutti i punti precedenti (non tutti, ma un buon 99%) in una adorazione della figura di Vladimir Putin. ‘Nuff said.

Ora, a me di quello che questa gente grande, grossa e vaccinata (oddio, di ‘sti tempi…) decida più o meno consciamente di credere non me ne frega un cazzo. Sul serio, eh. Se con te trovo (altri) argomenti di conversazione, bene, sennò non me l’ha mica detto il dottore di continuare a frequentarti.

Comincia a fregarmene qualcosa, però, se decido di aderire a un movimento politico e me li trovo in mezzo alle palle. Perché una cosa è sentirmi dire che le mie idee sono stronzate, una cosa è sentirmi dire “ah ma allora sei d’accordo con X che dice Y” – dove Y è una stronzata colossale fra quelle di cui sopra e mi trovo a dovermi giustificare che “no, a dire il vero, la sua è una posizione personale e noi non la pensiamo così”, col danno che nel frattempo è stato ampiamente già fatto.

Me ne frega ancora di più se poi l’iniziativa fallisce, se ne fa un’altra e me li ritrovo un’altra volta in mezzo alle palle, senza che abbiano imparato un cazzo del fallimento passato. Perché io un genio non sono, sennò non stavo qua a scrivere ‘ste stronzate, ma nemmeno sono irrimediabilmente fesso e qualcosina di molto, molto basilare, l’ho capita perfino io. Per esempio, ho imparato che se il problema risiede anche nelle persone di cui ti circondi, uno dei primi atti che bisogna compiere nel rialzarsi è allontanare quelle persone, subito, prima che possano reiterare il danno.

Perché loro, il danno, lo reitereranno, sempre, in una nevrotica ossessione per cui fare una lista di candidati è l’obiettivo che ci si pone da subito. Per cui si deve parlare solo di economia. Per cui bisogna fare come i meme su Apputin per cui “i musulmani si devono adeguare, sennò fuori dalle palle” – e poco importa se in Russia ci sono un botto di moschee (e di musulmani) e se uno dei suoi migliori amici è quel delinquente di Ramzan Kadyrov – e “mica li fanno gli attentati in Russia” (e infatti ne hanno fatti solo un paio l’anno scorso, di cui uno a San Pietroburgo, sua città natale, il giorno prima che fosse in città).

Per cui la Lista Laica Liberale Repubblicana Socialista Liberista Libertaria Libertina Intitolata a Qualche Grande Nome Che Si Richiama a Tale Tradizione (Di Cui al Popolo Non Gliene Frega un Cazzo, Né del Nome, Né della Tradizione)™ porterà sicuro vagonate di voti alle elezioni amministrative di Pavullo nel Frignano.

Per cui, anziché strutturare un programma politico serio con pochi punti chiari e una strategia con cui guardare da qui a 3-5 anni, è bene immediatamente buttarsi a suon di comunicati politici nella battaglia politica del momento, perché a tutti i giornali gliene frega qualcosa delle stronzate che hai da dire tu, ovviamente.

Per cui facciamo il movimento di opinione con la velleità di essere da subito un grande partito politico, senza avere un minimo di strutturazione territoriale e senza avere la più pallida idea di che cazzo dire e fare, anche perché appena ci provi arriva qualcuno che ti spiega perché non si può sostenere l’idea che hai tu. E questa è una storia vera, di quando in una riunione dei candidati di Fare mi permisi di chiedere quale fosse la posizione riguardo i diritti civili (avendo in mente che si poteva fare fronte comune coi radicali, da cui mi sentivo comunque un fuoriuscito e da cui comunque arrivavano un buon pezzo di militanti) e mi sentii rispondere “no, qui parliamo solo di temi economici” – che significava, in altri termini, che in lista c’erano persone che “froci di merda”. All’epoca, feci finta di nulla, anche perché pensai cinicamente che, forse, quelle persone portavano soldi e risorse, dunque era bene non mozzicare la mano che ti dava da mangiare (stiamo pur sempre parlando di un movimento appena nato). Solo dopo molto tempo, capii che non c’era nemmeno quella di motivazione e che l’errore da me commesso era molto, molto più profondo di quanto immaginassi.

***

Siccome “queste sono storie di un tempo ormai passato” (cit.), che l’errore, anzi, gli errori commessi hanno insegnato la loro lezione, mi fa piacere da un certo punto di vista vedere come il sottoscritto nemmeno sia stato considerato per la questione della raccolta delle firme dell’ultima lista prodotta. D’altra parte, tutto questo conferma il sospetto che, per certe persone, tu esisti solo fintanto e solo in relazione a quanto gli servi. Certo, anche questo non lo imparo oggi: non è la prima volta che mi succede in generale e dopo un po’ impari ad accettare la cosa e allontanarti, con dignità, nel silenzio.

Fa male però vederlo reiterato da persone con cui, comunque, hai collaborato e lavorato in passato, di cui ti sei fidato, che hai considerato in modo tutto sommato positivo. Fa ancora più male quando ti guardi indietro e non vedi errori da parte tua (il che ti sembra pure strano).

La domanda che ti poni dunque è: perché questa gente non impara? Le risposte sono due: o sono fessi in maniera irreversibile, o hanno comunque un vantaggio a provarci, provarci, provarci finché non ci riescono. Vorrei pure poter dire che la seconda categoria sia più grande della prima, ma non ne sono poi così tanto sicuro.

Poi ti rendi conto che la domanda è un’altra (“Ma io che ci guadagno a dargli una mano a questa gente?”) e che la risposta te la sei già data tempo fa (“Niente”). Ti rendi conto che la verità è che “non siete voi a essere utili a me, ma sono io che sono utile a voi, quindi siete voi che dovreste cercare di tenermi, non io a dover continuare a cercarvi” (cit.), a maggior ragione se quello che mi chiedi di fare è sbattermi gratis perché tu possa ottenere o mantenere il tuo posticino ai piedi del tavolo dove mangiano i padroni, rubacchiando le molliche che cadono. Ancor più a maggior ragione se la tua impresa è sempre più disperata di quanto già non fosse l’ultima e quel posticino sempre più difficile da raggiungere o tenere.

***

Questo post è stato a tratti volgare e in generale pesante. Lo so. Purtroppo, non mi si può chiedere di rimanere totalmente indifferente, specie quando, appunto, vedi coinvolte le tue idee e persone a cui hai voluto bene o che hai stimato. Anche io ci ho messo del mio, perché sono notoriamente persona dalla miccia corta.

Non per odio ho scritto questo sfogo, però: “hatred is too strong an emotion to waste on someone you don’t like” (cit.). L’ho scritto per insofferenza, per dispiacere e anche un po’ per pietà nel vedere certa gente ridursi a questo, pur di non affrontare la realtà dei fatti e cambiare vita, una volta e per tutte, o farsene una. E allora mi permetto di dire di sentirmi “migliore” di queste persone. Non perché mi senta realizzato (tutt’altro) o perché possa dire di aver capito cosa voglio fare, cosa so fare e cosa essere (tutt’altro), ma perché almeno sento di non avere più niente a che spartire con queste persone.

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Diffidate della realtà che vi raccontano

Tanto tempo fa, quando avevo ancora il mio vecchio blog ed ero un ragazzino col sogno di diventare giornalista, mi interessai alla vicenda di una madre che lottava per riavere la potestà della figlia. Questa madre arrivò fino allo sciopero della fame e della sete e a incatenarsi di fronte al tribunale, pur di riottenerla. Alla vicenda si interessarono vari blogger e anche un giornalista di un certo rilievo.

Per farla breve, la vicenda si rivelò essere un gigantesco abbaglio: buona parte delle accuse della donna erano infondate e l’avvocato del padre mi contattò chiedendo di rimuovere il post incriminato, pena azioni legali nei miei confronti. Non lo rimossi, ma lo editai al punto tale da rendere totalmente impossibile capire di che cosa si stesse parlando e aggiunsi un disclaimer in cui chiarii che quel post restava là, così come l’avevo ridotto, a eterna memoria di “come non si gestisce un caso giornalistico”.

Nello specifico, da quella vicenda imparai che il principio di autorità è una stronzata: il fatto che una certa cosa sia affermata da una persona esperta nel campo non significa che quell’esperto non possa aver preso una cantonata. Imparai anche che non è vero che la verità sta nel mezzo, ma è vero che si desume quantomeno dall’ascolto di entrambe le campane.

(A margine: non ho ritenuto di dover importare quel post in questa versione del blog, d’altronde la lezione l’ho imparata ed è questo quello che conta).

* * *

Circa un anno fa, vidi uno di quei video-servizi che circolano su Facebook riguardo una ragazza che, nel privato della sua abitazione, adorava vestirsi da bambina. Il servizio era completamente incentrato sulla sua “scelta di vita”, ufficialmente non giudicandola, ufficiosamente mostrando quanto fosse strana.

Solo per un brevissimo attimo, chi ha realizzato il servizio si è lasciato scappare che questa ragazza di 20 e qualcosa anni era stata qualche tempo prima vittima di violenza sessuale.

Nessuno mi toglie dalla mente che quel servizio andava completamente ripensato, che il vero fulcro della notizia (se pure vogliamo chiamarla tale) era che quella violenza subita aveva a tal punto segnato quella ragazza da rifiutarsi più o meno consciamente di crescere e diventare adulta. Pur mantenendo una vita fittiziamente normale al di fuori delle mura domestiche, nel privato della sua esistenza ha scelto e ottenuto di rimanere una bebè, di rifugiarsi in un’epoca della sua vita dove “tutto è bello e tutto è puro”.

* * *

Il caso recente del 13enne della provincia di Padova tolto alle cure della madre perché “tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio” ha ovviamente generato la solita ondata di commenti stile “viviamo ancora sotto il Papato”.

Quello che mi ha impedito di reagire pavlovianamente alla notizia è stato una sorta di “sesto senso”, che mi ha portato istintivamente a diffidare della notizia così come riportata. Già scorrendo l’articolo, si poteva leggere come la madre avesse denunciato che il figlio fosse stato vittima di abusi e che avesse dunque ottenuto la custodia, ma anche come il giudice avesse notato un rapporto estremamente morboso fra madre e figlio e come i comportamenti del minore fossero “provocatori”, nel senso di una evidentissima, disperata richiesta di attenzione da parte di un ragazzo nemmeno adolescente che stava soffrendo per la separazione dei suoi genitori.

Anche stavolta, si è scelto di raccontare solo una parte della storia – che poi è la solita storia di due genitori impegnati a litigare sulla proprietà del figlio (non ho scelto le parole a caso) e scambiarsi accuse a vicenda, al punto di non avere tempo di riflettere sul danno che gli stanno arrecando a livello emozionale.

È bastato, qualche ora dopo, uno status di Simone Spetia (che in altri tempi sarebbe stato semplicemente “uno che fa il proprio lavoro” e che, proprio per questo, oggi è uno dei più affidabili su piazza) per ascoltare finalmente anche l’altra campana e ricondurre la storia a una sua “verità” o, perlomeno, a una “verità” più consona rispetto al mirabolante “caso gggender” su cui si voleva lucrare click e visibilità.

* * *

Le conclusioni da molti anni sono il mio punto debole quando scrivo. Sono stanco di dover per forza trarre una morale da quanto scrivo o dover riassumere in poche righe quello che scrivo.

In parte, è come se volessi dire a chi mi legge “fammi il piacere di capirla da solo la morale, anche perché è facile da capirla”, come se mi sentissi stupidamente lapalissiano a dover statuire delle ovvietà.

In parte, è che non riesco ad accettare nel profondo quest’idea per cui il mio simile è talmente stupido da non comprendere la morale di questo post. Anche perché basterebbe leggere il titolo e basta, cosa che molti stupidi fanno già.

E no, niente link. Non voglio fornire ulteriori accessi a gente che non se li merita.


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Affanculo tutti

Ieri mi sono sloggato da Facebook e non ho intenzione di tornarci per un bel po’. Direi almeno fino a domenica, poi si vedrà.

La tentazione di vedere le notifiche è forte, la sicurezza che la chat venga usata per mandarmi dei messaggi relativamente urgenti c’è – ma non mi importa. La mia libertà da quella che è diventata una fonte di stress è più importante. Chi vuole raggiungermi (e chi sa come farlo) lo farà, anche se non accederò a Facebook. Magari ci sarà anche gente contenta di non avere più notifiche sui miei like o sui miei commenti, gente che sarà felice di non avermi nei suoi feed. Good on you, mate, perché anche io non ne posso più di te.

Il motivo del mio burnout è stato piuttosto “serio”, uno status in cui ho auspicato che Hamas fosse schiacciata dai cingoli dei carri armati israeliani, a cui ho ricevuto una serie di commenti che davano contro Israele. Alla fine ho sbroccato con un chiaro “andate a fare in culo” e ho fatto ragequit – comunque una mezza misura rispetto alla chiusura temporanea del profilo, a cui sto pensando da un buon anno, anno e mezzo.

Sì, è vero, sono un filo-sionista piuttosto duro e puro (meno di quanto do a vedere, in realtà), ma non è questo davvero il punto. Il punto è che questa decisione si inserisce in un momento in cui sto seriamente riflettendo su molte cose, in primis la necessità di dover esternare qualcosa – su un social network, come nella vita reale.

Le nostre opinioni non contano niente. “A nessuno importa”, come ha scritto anni e anni fa un (ex-)sysop di Wikipedia. Ed è vero. Da quando nacquero i blog fino ad oggi, abbiamo pensato che “scrivere la propria opinione” fosse sinonimo di “fare giornalismo” – col mito di Ostellino, Panebianco, Augias, Scalfari, Mauro, ecc. – che la nostra opinione contasse effettivamente qualcosa, che un nostro status sulla crisi di Crimea, sui bonzi che si danno fuoco, sulla pasta scotta potesse influire sulla rotazione terrestre. Non è così.

Si tratta di una realizzazione che si è fatta man mano sempre più chiara negli anni, diciamo a partire dal 2011 in poi, per quel che mi riguarda. “A nessuno importa” quello che penso o quel che faccio – e questo vuole già essere un punto di vista ottimista, perché ho imparato negli anni che, anzi, più parli di te, più attiri segrete invidie e desideri che tutto ti vada male – “a nessuno importa”, dicevo, né a me in effetti frega cazzi di quello che altri fanno, dicono, pensano.

Soprattutto negli ultimi mesi, ho avuto modo di tastare con mano la feccia del “web-pensiero”: fascisti ciccioni e unti, che repellono sul piano umano prima ancora che ideologico, che ti fanno capire che non è quello che pensano a farteli schifare, quanto effettivamente quello che sono; donne di mezz’età che cercano nel like e nei complimenti di estranei quel che manca loro in termini di profondità intellettuale o di serenità interiore; signoraggisti, complottisti, razzisti, ignoranti di ogni specie, da quelli che si lamentano dei negri in nazionale che guadagnano miliardi mentre il popolo fa la fame a quelli che non vogliono pagare le tasse e fanno finta di essere eroi libertari; in definitiva, persone che ti danno fastidio per la propria tracotante ignoranza e cafonaggine. Persone per cui ti trovi a dire “ma io davvero devo difendere il diritto alla libera espressione e al voto libero pure per questi idioti?”, trovandoti troppo spesso a pensare che “no, non ne vale la pena”.

Mentre aumentava il mio disprezzo verso questi ignoranti, sentivo aumentare anche la mia rabbia sorda e cieca verso tutto quello che mi circonda. Mi sono reso conto che stare su Facebook era diventato qualcosa di compulsivo, qualcosa che non era sano – nel senso della salute fisica, non mentale. E io ho bisogno di stare bene, soprattutto perché sto seriamente riflettendo sul mio futuro.

Questo anno è stato particolare e continua ad esserlo, perché sto provando a rompere determinati tabù: ho trovato un lavoro che mi fa alzare la mattina e mi costringe comunque a una routine quotidiana casa-lavoro-casa; ho fatto il corso per la patente e di qui a due settimane dovrò affrontare la prova pratica (ossia, mi sono costretto ad affrontare la mia fobia per le auto); mi sono lasciato con la mia fidanzata (che pure ha contribuito a farmi capire, assieme ad altre persone che mi vogliono bene, che dovevo cambiare per il mio bene); ho interrotto una serie di rapporti con persone estranee che portavano vantaggi ridotti rispetto al disagio che mi procuravano; ho perfino ricominciato a prendere confidenza con la bici, perché vorrei finalmente perdere quei dieci chili in più che ho accumulato negli ultimi due-tre anni, ma soprattutto vorrei perdere quella indolenza che si è fatta forma mentis; ho iniziato seriamente a riflettere su cosa fare da grande, visto che l’anno prossimo faccio 30 anni, le mie prospettive lavorative sono buie e non ho più tempo per rimandare decisioni importanti.

Insomma, con i miei tempi e con i miei modi, sto cercando di crescere, di levarmi dalle palle le persone negative e di lasciare intatti i rapporti solo con quei pochi che mi fanno stare bene. Facendolo davvero, non dicendolo e basta.

Volevo da qualche parte infilare il fatto che, forse, non voglio più fare il giornalista come desideravo fare 15 anni fa. Perché ho osservato il continuo degrado di una professione che mi ha affascinato, che mi ha fatto sognare di diventare direttore dell’Economist entro i 40 anni – mentre adesso spero, entro quella stessa età, di avere un lavoro piuttosto stabile, qualunque esso sia, e una forma di famiglia, magari anche un figlio o una figlia con cui giocare una volta rientrato a casa la sera.

Il dubbio sul mio futuro mi assale proprio per la questione delle opinioni: il giornalismo italiano è diventato opinione su tutti i fronti, non c’è più alcuna intenzione di approfondire le cose, ci si appoggia a persone che non raccontano i fatti come sono, ma dicono semplicemente la loro. Un talk show in formato quotidiano stampato. Questo quando poi non diventa direttamente pornografia applicata alla cronaca nera o “il video del gattino nero che si gratta le palle in mezzo alla strada trafficata che ha commosso il web”.

Mi assalgono i dubbi quando penso che perfino fra i miei amici ci sono persone che, nel frattempo, si sono saputi specializzare meglio di me, hanno saputo fare certe scelte meglio di me, hanno saputo cogliere occasioni meglio di me. Che, in definitiva, percepisco essere considerati “più affidabili” di me – cosa che ammetto non mi fa granché piacere, perché significa che nel già asfittico panorama a cui mi rivolgo ci sono ancora meno opportunità per me.

Capite bene che, in una situazione del genere, non posso permettermi più di rovinarmi una serata perché scrivo qualcosa su Facebook e arrivano persone a farmi le maestrine sotto il naso, “perché qui, perché qua, perché così, perché cosà”. Ha detto bene il mio amico Leonardo: “dove non può la censura, può l’auto-censura”. Spiacente se non ritengo di poter vivere una vita in cui sono costretto ad auto-censurare quello che penso non per rispetto a un amico, ma perché non voglio rotture di cazzo. In un momento in cui sto seriamente pensando di buttare alle ortiche il tesserino da pubblicista, in cui ho deciso di non fare l’esame da professionista, in cui è per me improrogabile decidere che direzione prendere, non posso perdere tempo a litigare su Facebook. Non me lo posso permettere, e forse non me lo merito nemmeno. Quindi, affanculo tutti. Per ora.


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Una mail rivolta a nessuno

Questa che segue è una mail che ho inviato il 29 maggio scorso a quella attention whore di Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord.

La pubblico perché non ne potevo più di tenere dentro di me un orribile segreto, che leggerete all’interno della mail. Questo post vuole essere un modo per liberarmi di quel pensiero definitivamente e per chiedere scusa a chi non ebbe mai quella solidarietà che, invece, gli spettava.

Oggetto: Qualcosa che avrei già dovuto fare

Ho provato fino all’ultimo a non mandarle questa mail, ma il senso di schifo e di ribrezzo ha prevalso.

Ho sentito la sua dichiarazione su Mladic e no, non sono riuscito a pensare che ha perso un’altra occasione per stare zitto. Non sono nemmeno riuscito a pensare che ha raggiunto un altro livello di infima bassezza.

L’unica cosa che ho pensato è di essere stato un enorme cretino. Perché quando lei, anni fa, venne aggredito su un treno, quando i passeggeri di quel treno spalancarono i finestrini per buttarla di fuori, io le testimoniai la mia solidarietà.

Anziché esprimerla a quei poveretti che le facevano da scorta, a coloro che si sono presi ingiustamente una dose di legnate che, invece, spettava solo e unicamente a lei, anziché pensare che chi semina odio, raccoglie odio, pensai che tutto sommato non è giusto pestare delle persone come lei, nonostante fatichino ad esprimere pensieri degni di questo nome.

E adesso questo: “Mladic è un patriota”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, già quasi pieno, delle sue stronzate.

Mi faccia un piacere. Mi spiega gentilmente come fa a guardarsi nello specchio la mattina?

Mi spiega gentilmente che cos’altro le serve come “prova” (oltre alle fosse comuni, alle testimonianze, alle immagini, ai resti umani e perfino al diario di Mladic stesso) che questo è stato?

Anzi, no. Non perda tempo a spiegarmelo. Non me ne importa nulla.

Avrei voglia di insultarla a nastro per tutto ciò che di orribile, anche su noi meridionali, ha detto. Ma è proprio quello che lei vorrebbe: essere considerato.

Mi limiterò perciò a dirle che ritiro quanto dissi anni fa. Continuo a pensare che sia ingiusto picchiare chi non la pensa come te. Ma lei non merita attenzione, nemmeno quando ha ragione (ammesso che lei possa averne, essendo inferiore in termini di utilità a un orologio rotto).

Quell’aggressione non è mai avvenuta, le sue dichiarazioni non sono mai state riportate da alcun giornale, la sua nascita stessa non è mai stata registrata. Lei, semplicemente, non è mai esistito. Per me, lei è semplicemente uno di quegli strani incubi che si fanno di notte, di quelli che non ricordi al mattino e che alla sera sono già scomparsi.

Questa è una mail di congedo da questo incubo. Non si preoccupi, non risponda: ciò che non esiste non può rispondere. Io sono solo un pazzo che parla con il vuoto.

[firma]

Fino ad ora non ho ricevuto risposta. Ma come si fa a ricevere una risposta da chi non esiste?


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A modo mio, un ricordo

Avviso: Il post è stato modificato rispetto alla sua pubblicazione originale.

* * *

1º settembre 2004

Salisburgo, Austria. Io e mia madre giriamo a zonzo per la città. Siamo venuti perchè lei voleva vedere (o meglio, sentire) i concerti dei Wiener Philarmoniker e dei Berliner Philarmoniker nell’ambito del Salzburg Festspiele, uno dei più importanti eventi di musica classica con cadenza annuale.

Di lì a poco, sarebbe finita la nostra vacanza. Mi arriva una notizia sul cellulare: Basayev ha preso in ostaggio un’intera scuola in Nord Ossezia. I russi dicono: “Tratteremo”. Non ci credo.

4 settembre 2004

Stazione di Salisburgo. La vacanza è finita. Aspettiamo il treno che ci riporterà a Vienna. Cazzeggeremo per la città, poi in serata ripartiremo per tornare in Italia. Sempre in treno, ma con la cuccetta.

Preso un po’ da nostalgia, mi avvicino all’edicola della stazione. Voglio comprare il Corriere per sapere come vanno le trattative a Beslan. Intravedo la foto. Decido di dare meno sguardi possibile al giornale. La mia faccia è tesa. Il giornalaio se ne accorge. In un italiano un po’ stentato, mi chiede se era tutto a posto. Gli rispondo in inglese: “Per adesso, sì”.

Do un’occhiata alla foto, enorme, sotto il titolo a nove colonne. L’impressione era quella giusta. Monta la rabbia, gli occhi si inondano di lacrime. Non di pietà, rabbiose.

I russi hanno fatto il bis. Le forze speciali russe hanno fatto il bis. Non gli è bastato il Teatro Dubrovka, per capire che non possono agire a testa di cazzo quando si tratta di queste cose. Non gli è bastato uccidere 129 ostaggi con un gas tenuto sconosciuto ai medici. Ora anche i bambini dovevano finire di mezzo.

Le lacrime sono difficili da mantenere mentre leggo la cronaca. Mi incazzo. Mamma mi dice di star calmo. Io le rispondo che incazzarmi è l’unico modo che ho per non piangere a dirotto e attirare l’attenzione. Perchè stavolta l’hanno combinata grossa. Tutti e due. Sia Basayev che le teste di cuoio, pardon, di cazzo russe.

Mi incazzo perchè so già che la verità, come nel caso del Teatro Dubrovka, non la sapremo mai.

Mi incazzo perchè saremo in grado di fare solo supposizioni e che le avremmo vendute come le uniche verità.

Mi incazzo perchè già so che i ceceni verranno arruolati in blocco fra i terroristi di al-Qai’da, senza distinzioni fra Maskhadov e Basayev.

Mi incazzo perchè quel rinnegato di Sergio Romano vomita vergognose menzogne – quello stesso giorno, senza perdere tempo – sul passato del popolo ceceno, come se la disinformacja russa non avesse già fatto abbastanza.

Mi incazzo perchè già so che nei giorni successivi sarebbe successo tutto questo. E che avremmo speculato sulla pelle di quei poveri bambini.

1º settembre 2005

Io che da radicale ho sempre spinto per la soluzione non-violenta. Io che ho sempre fatto appoggiato la frangia cecena moderata e non quella terrorista. Io che ho sempre distinto fra Putin e i suoi leccapiedi e l’innocente popolo russo.

Io, ad un anno di distanza, continuo ad essere al fianco del popolo ceceno e del popolo russo. Contro il lupo venduto Basayev, contro l’orso assassino Putin, contro gli avvoltoi dalle piume di tritolo wahabiti.

Io, ad un anno di distanza, continuo a chiedere verità, pace e giustizia per il popolo ceceno e per il popolo russo. Per i familiari delle vittime di Basayev, di Putin e della filiale cecena di al-Qai’da.

Perchè io non sono come certa gente che pubblicamente disprezza e segretamente apprezza Putin.

Perchè la nostra Rosa è ancora stretta nel pugno, pronta a ferire con le sue spine i veri assassini di Beslan.