Sannita

Il radicale (a piede) libero


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Diffidate della realtà che vi raccontano

Tanto tempo fa, quando avevo ancora il mio vecchio blog ed ero un ragazzino col sogno di diventare giornalista, mi interessai alla vicenda di una madre che lottava per riavere la potestà della figlia. Questa madre arrivò fino allo sciopero della fame e della sete e a incatenarsi di fronte al tribunale, pur di riottenerla. Alla vicenda si interessarono vari blogger e anche un giornalista di un certo rilievo.

Per farla breve, la vicenda si rivelò essere un gigantesco abbaglio: buona parte delle accuse della donna erano infondate e l’avvocato del padre mi contattò chiedendo di rimuovere il post incriminato, pena azioni legali nei miei confronti. Non lo rimossi, ma lo editai al punto tale da rendere totalmente impossibile capire di che cosa si stesse parlando e aggiunsi un disclaimer in cui chiarii che quel post restava là, così come l’avevo ridotto, a eterna memoria di “come non si gestisce un caso giornalistico”.

Nello specifico, da quella vicenda imparai che il principio di autorità è una stronzata: il fatto che una certa cosa sia affermata da una persona esperta nel campo non significa che quell’esperto non possa aver preso una cantonata. Imparai anche che non è vero che la verità sta nel mezzo, ma è vero che si desume quantomeno dall’ascolto di entrambe le campane.

(A margine: non ho ritenuto di dover importare quel post in questa versione del blog, d’altronde la lezione l’ho imparata ed è questo quello che conta).

* * *

Circa un anno fa, vidi uno di quei video-servizi che circolano su Facebook riguardo una ragazza che, nel privato della sua abitazione, adorava vestirsi da bambina. Il servizio era completamente incentrato sulla sua “scelta di vita”, ufficialmente non giudicandola, ufficiosamente mostrando quanto fosse strana.

Solo per un brevissimo attimo, chi ha realizzato il servizio si è lasciato scappare che questa ragazza di 20 e qualcosa anni era stata qualche tempo prima vittima di violenza sessuale.

Nessuno mi toglie dalla mente che quel servizio andava completamente ripensato, che il vero fulcro della notizia (se pure vogliamo chiamarla tale) era che quella violenza subita aveva a tal punto segnato quella ragazza da rifiutarsi più o meno consciamente di crescere e diventare adulta. Pur mantenendo una vita fittiziamente normale al di fuori delle mura domestiche, nel privato della sua esistenza ha scelto e ottenuto di rimanere una bebè, di rifugiarsi in un’epoca della sua vita dove “tutto è bello e tutto è puro”.

* * *

Il caso recente del 13enne della provincia di Padova tolto alle cure della madre perché “tende in tutti i modi ad affermare che è diverso e ostenta atteggiamenti effeminati in modo provocatorio” ha ovviamente generato la solita ondata di commenti stile “viviamo ancora sotto il Papato”.

Quello che mi ha impedito di reagire pavlovianamente alla notizia è stato una sorta di “sesto senso”, che mi ha portato istintivamente a diffidare della notizia così come riportata. Già scorrendo l’articolo, si poteva leggere come la madre avesse denunciato che il figlio fosse stato vittima di abusi e che avesse dunque ottenuto la custodia, ma anche come il giudice avesse notato un rapporto estremamente morboso fra madre e figlio e come i comportamenti del minore fossero “provocatori”, nel senso di una evidentissima, disperata richiesta di attenzione da parte di un ragazzo nemmeno adolescente che stava soffrendo per la separazione dei suoi genitori.

Anche stavolta, si è scelto di raccontare solo una parte della storia – che poi è la solita storia di due genitori impegnati a litigare sulla proprietà del figlio (non ho scelto le parole a caso) e scambiarsi accuse a vicenda, al punto di non avere tempo di riflettere sul danno che gli stanno arrecando a livello emozionale.

È bastato, qualche ora dopo, uno status di Simone Spetia (che in altri tempi sarebbe stato semplicemente “uno che fa il proprio lavoro” e che, proprio per questo, oggi è uno dei più affidabili su piazza) per ascoltare finalmente anche l’altra campana e ricondurre la storia a una sua “verità” o, perlomeno, a una “verità” più consona rispetto al mirabolante “caso gggender” su cui si voleva lucrare click e visibilità.

* * *

Le conclusioni da molti anni sono il mio punto debole quando scrivo. Sono stanco di dover per forza trarre una morale da quanto scrivo o dover riassumere in poche righe quello che scrivo.

In parte, è come se volessi dire a chi mi legge “fammi il piacere di capirla da solo la morale, anche perché è facile da capirla”, come se mi sentissi stupidamente lapalissiano a dover statuire delle ovvietà.

In parte, è che non riesco ad accettare nel profondo quest’idea per cui il mio simile è talmente stupido da non comprendere la morale di questo post. Anche perché basterebbe leggere il titolo e basta, cosa che molti stupidi fanno già.

E no, niente link. Non voglio fornire ulteriori accessi a gente che non se li merita.

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Affanculo tutti

Ieri mi sono sloggato da Facebook e non ho intenzione di tornarci per un bel po’. Direi almeno fino a domenica, poi si vedrà.

La tentazione di vedere le notifiche è forte, la sicurezza che la chat venga usata per mandarmi dei messaggi relativamente urgenti c’è – ma non mi importa. La mia libertà da quella che è diventata una fonte di stress è più importante. Chi vuole raggiungermi (e chi sa come farlo) lo farà, anche se non accederò a Facebook. Magari ci sarà anche gente contenta di non avere più notifiche sui miei like o sui miei commenti, gente che sarà felice di non avermi nei suoi feed. Good on you, mate, perché anche io non ne posso più di te.

Il motivo del mio burnout è stato piuttosto “serio”, uno status in cui ho auspicato che Hamas fosse schiacciata dai cingoli dei carri armati israeliani, a cui ho ricevuto una serie di commenti che davano contro Israele. Alla fine ho sbroccato con un chiaro “andate a fare in culo” e ho fatto ragequit – comunque una mezza misura rispetto alla chiusura temporanea del profilo, a cui sto pensando da un buon anno, anno e mezzo.

Sì, è vero, sono un filo-sionista piuttosto duro e puro (meno di quanto do a vedere, in realtà), ma non è questo davvero il punto. Il punto è che questa decisione si inserisce in un momento in cui sto seriamente riflettendo su molte cose, in primis la necessità di dover esternare qualcosa – su un social network, come nella vita reale.

Le nostre opinioni non contano niente. “A nessuno importa”, come ha scritto anni e anni fa un (ex-)sysop di Wikipedia. Ed è vero. Da quando nacquero i blog fino ad oggi, abbiamo pensato che “scrivere la propria opinione” fosse sinonimo di “fare giornalismo” – col mito di Ostellino, Panebianco, Augias, Scalfari, Mauro, ecc. – che la nostra opinione contasse effettivamente qualcosa, che un nostro status sulla crisi di Crimea, sui bonzi che si danno fuoco, sulla pasta scotta potesse influire sulla rotazione terrestre. Non è così.

Si tratta di una realizzazione che si è fatta man mano sempre più chiara negli anni, diciamo a partire dal 2011 in poi, per quel che mi riguarda. “A nessuno importa” quello che penso o quel che faccio – e questo vuole già essere un punto di vista ottimista, perché ho imparato negli anni che, anzi, più parli di te, più attiri segrete invidie e desideri che tutto ti vada male – “a nessuno importa”, dicevo, né a me in effetti frega cazzi di quello che altri fanno, dicono, pensano.

Soprattutto negli ultimi mesi, ho avuto modo di tastare con mano la feccia del “web-pensiero”: fascisti ciccioni e unti, che repellono sul piano umano prima ancora che ideologico, che ti fanno capire che non è quello che pensano a farteli schifare, quanto effettivamente quello che sono; donne di mezz’età che cercano nel like e nei complimenti di estranei quel che manca loro in termini di profondità intellettuale o di serenità interiore; signoraggisti, complottisti, razzisti, ignoranti di ogni specie, da quelli che si lamentano dei negri in nazionale che guadagnano miliardi mentre il popolo fa la fame a quelli che non vogliono pagare le tasse e fanno finta di essere eroi libertari; in definitiva, persone che ti danno fastidio per la propria tracotante ignoranza e cafonaggine. Persone per cui ti trovi a dire “ma io davvero devo difendere il diritto alla libera espressione e al voto libero pure per questi idioti?”, trovandoti troppo spesso a pensare che “no, non ne vale la pena”.

Mentre aumentava il mio disprezzo verso questi ignoranti, sentivo aumentare anche la mia rabbia sorda e cieca verso tutto quello che mi circonda. Mi sono reso conto che stare su Facebook era diventato qualcosa di compulsivo, qualcosa che non era sano – nel senso della salute fisica, non mentale. E io ho bisogno di stare bene, soprattutto perché sto seriamente riflettendo sul mio futuro.

Questo anno è stato particolare e continua ad esserlo, perché sto provando a rompere determinati tabù: ho trovato un lavoro che mi fa alzare la mattina e mi costringe comunque a una routine quotidiana casa-lavoro-casa; ho fatto il corso per la patente e di qui a due settimane dovrò affrontare la prova pratica (ossia, mi sono costretto ad affrontare la mia fobia per le auto); mi sono lasciato con la mia fidanzata (che pure ha contribuito a farmi capire, assieme ad altre persone che mi vogliono bene, che dovevo cambiare per il mio bene); ho interrotto una serie di rapporti con persone estranee che portavano vantaggi ridotti rispetto al disagio che mi procuravano; ho perfino ricominciato a prendere confidenza con la bici, perché vorrei finalmente perdere quei dieci chili in più che ho accumulato negli ultimi due-tre anni, ma soprattutto vorrei perdere quella indolenza che si è fatta forma mentis; ho iniziato seriamente a riflettere su cosa fare da grande, visto che l’anno prossimo faccio 30 anni, le mie prospettive lavorative sono buie e non ho più tempo per rimandare decisioni importanti.

Insomma, con i miei tempi e con i miei modi, sto cercando di crescere, di levarmi dalle palle le persone negative e di lasciare intatti i rapporti solo con quei pochi che mi fanno stare bene. Facendolo davvero, non dicendolo e basta.

Volevo da qualche parte infilare il fatto che, forse, non voglio più fare il giornalista come desideravo fare 15 anni fa. Perché ho osservato il continuo degrado di una professione che mi ha affascinato, che mi ha fatto sognare di diventare direttore dell’Economist entro i 40 anni – mentre adesso spero, entro quella stessa età, di avere un lavoro piuttosto stabile, qualunque esso sia, e una forma di famiglia, magari anche un figlio o una figlia con cui giocare una volta rientrato a casa la sera.

Il dubbio sul mio futuro mi assale proprio per la questione delle opinioni: il giornalismo italiano è diventato opinione su tutti i fronti, non c’è più alcuna intenzione di approfondire le cose, ci si appoggia a persone che non raccontano i fatti come sono, ma dicono semplicemente la loro. Un talk show in formato quotidiano stampato. Questo quando poi non diventa direttamente pornografia applicata alla cronaca nera o “il video del gattino nero che si gratta le palle in mezzo alla strada trafficata che ha commosso il web”.

Mi assalgono i dubbi quando penso che perfino fra i miei amici ci sono persone che, nel frattempo, si sono saputi specializzare meglio di me, hanno saputo fare certe scelte meglio di me, hanno saputo cogliere occasioni meglio di me. Che, in definitiva, percepisco essere considerati “più affidabili” di me – cosa che ammetto non mi fa granché piacere, perché significa che nel già asfittico panorama a cui mi rivolgo ci sono ancora meno opportunità per me.

Capite bene che, in una situazione del genere, non posso permettermi più di rovinarmi una serata perché scrivo qualcosa su Facebook e arrivano persone a farmi le maestrine sotto il naso, “perché qui, perché qua, perché così, perché cosà”. Ha detto bene il mio amico Leonardo: “dove non può la censura, può l’auto-censura”. Spiacente se non ritengo di poter vivere una vita in cui sono costretto ad auto-censurare quello che penso non per rispetto a un amico, ma perché non voglio rotture di cazzo. In un momento in cui sto seriamente pensando di buttare alle ortiche il tesserino da pubblicista, in cui ho deciso di non fare l’esame da professionista, in cui è per me improrogabile decidere che direzione prendere, non posso perdere tempo a litigare su Facebook. Non me lo posso permettere, e forse non me lo merito nemmeno. Quindi, affanculo tutti. Per ora.


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Una mail rivolta a nessuno

Questa che segue è una mail che ho inviato il 29 maggio scorso a quella attention whore di Mario Borghezio, europarlamentare della Lega Nord.

La pubblico perché non ne potevo più di tenere dentro di me un orribile segreto, che leggerete all’interno della mail. Questo post vuole essere un modo per liberarmi di quel pensiero definitivamente e per chiedere scusa a chi non ebbe mai quella solidarietà che, invece, gli spettava.

Oggetto: Qualcosa che avrei già dovuto fare

Ho provato fino all’ultimo a non mandarle questa mail, ma il senso di schifo e di ribrezzo ha prevalso.

Ho sentito la sua dichiarazione su Mladic e no, non sono riuscito a pensare che ha perso un’altra occasione per stare zitto. Non sono nemmeno riuscito a pensare che ha raggiunto un altro livello di infima bassezza.

L’unica cosa che ho pensato è di essere stato un enorme cretino. Perché quando lei, anni fa, venne aggredito su un treno, quando i passeggeri di quel treno spalancarono i finestrini per buttarla di fuori, io le testimoniai la mia solidarietà.

Anziché esprimerla a quei poveretti che le facevano da scorta, a coloro che si sono presi ingiustamente una dose di legnate che, invece, spettava solo e unicamente a lei, anziché pensare che chi semina odio, raccoglie odio, pensai che tutto sommato non è giusto pestare delle persone come lei, nonostante fatichino ad esprimere pensieri degni di questo nome.

E adesso questo: “Mladic è un patriota”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, già quasi pieno, delle sue stronzate.

Mi faccia un piacere. Mi spiega gentilmente come fa a guardarsi nello specchio la mattina?

Mi spiega gentilmente che cos’altro le serve come “prova” (oltre alle fosse comuni, alle testimonianze, alle immagini, ai resti umani e perfino al diario di Mladic stesso) che questo è stato?

Anzi, no. Non perda tempo a spiegarmelo. Non me ne importa nulla.

Avrei voglia di insultarla a nastro per tutto ciò che di orribile, anche su noi meridionali, ha detto. Ma è proprio quello che lei vorrebbe: essere considerato.

Mi limiterò perciò a dirle che ritiro quanto dissi anni fa. Continuo a pensare che sia ingiusto picchiare chi non la pensa come te. Ma lei non merita attenzione, nemmeno quando ha ragione (ammesso che lei possa averne, essendo inferiore in termini di utilità a un orologio rotto).

Quell’aggressione non è mai avvenuta, le sue dichiarazioni non sono mai state riportate da alcun giornale, la sua nascita stessa non è mai stata registrata. Lei, semplicemente, non è mai esistito. Per me, lei è semplicemente uno di quegli strani incubi che si fanno di notte, di quelli che non ricordi al mattino e che alla sera sono già scomparsi.

Questa è una mail di congedo da questo incubo. Non si preoccupi, non risponda: ciò che non esiste non può rispondere. Io sono solo un pazzo che parla con il vuoto.

[firma]

Fino ad ora non ho ricevuto risposta. Ma come si fa a ricevere una risposta da chi non esiste?


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A modo mio, un ricordo

Avviso: Il post è stato modificato rispetto alla sua pubblicazione originale.

* * *

1º settembre 2004

Salisburgo, Austria. Io e mia madre giriamo a zonzo per la città. Siamo venuti perchè lei voleva vedere (o meglio, sentire) i concerti dei Wiener Philarmoniker e dei Berliner Philarmoniker nell’ambito del Salzburg Festspiele, uno dei più importanti eventi di musica classica con cadenza annuale.

Di lì a poco, sarebbe finita la nostra vacanza. Mi arriva una notizia sul cellulare: Basayev ha preso in ostaggio un’intera scuola in Nord Ossezia. I russi dicono: “Tratteremo”. Non ci credo.

4 settembre 2004

Stazione di Salisburgo. La vacanza è finita. Aspettiamo il treno che ci riporterà a Vienna. Cazzeggeremo per la città, poi in serata ripartiremo per tornare in Italia. Sempre in treno, ma con la cuccetta.

Preso un po’ da nostalgia, mi avvicino all’edicola della stazione. Voglio comprare il Corriere per sapere come vanno le trattative a Beslan. Intravedo la foto. Decido di dare meno sguardi possibile al giornale. La mia faccia è tesa. Il giornalaio se ne accorge. In un italiano un po’ stentato, mi chiede se era tutto a posto. Gli rispondo in inglese: “Per adesso, sì”.

Do un’occhiata alla foto, enorme, sotto il titolo a nove colonne. L’impressione era quella giusta. Monta la rabbia, gli occhi si inondano di lacrime. Non di pietà, rabbiose.

I russi hanno fatto il bis. Le forze speciali russe hanno fatto il bis. Non gli è bastato il Teatro Dubrovka, per capire che non possono agire a testa di cazzo quando si tratta di queste cose. Non gli è bastato uccidere 129 ostaggi con un gas tenuto sconosciuto ai medici. Ora anche i bambini dovevano finire di mezzo.

Le lacrime sono difficili da mantenere mentre leggo la cronaca. Mi incazzo. Mamma mi dice di star calmo. Io le rispondo che incazzarmi è l’unico modo che ho per non piangere a dirotto e attirare l’attenzione. Perchè stavolta l’hanno combinata grossa. Tutti e due. Sia Basayev che le teste di cuoio, pardon, di cazzo russe.

Mi incazzo perchè so già che la verità, come nel caso del Teatro Dubrovka, non la sapremo mai.

Mi incazzo perchè saremo in grado di fare solo supposizioni e che le avremmo vendute come le uniche verità.

Mi incazzo perchè già so che i ceceni verranno arruolati in blocco fra i terroristi di al-Qai’da, senza distinzioni fra Maskhadov e Basayev.

Mi incazzo perchè quel rinnegato di Sergio Romano vomita vergognose menzogne – quello stesso giorno, senza perdere tempo – sul passato del popolo ceceno, come se la disinformacja russa non avesse già fatto abbastanza.

Mi incazzo perchè già so che nei giorni successivi sarebbe successo tutto questo. E che avremmo speculato sulla pelle di quei poveri bambini.

1º settembre 2005

Io che da radicale ho sempre spinto per la soluzione non-violenta. Io che ho sempre fatto appoggiato la frangia cecena moderata e non quella terrorista. Io che ho sempre distinto fra Putin e i suoi leccapiedi e l’innocente popolo russo.

Io, ad un anno di distanza, continuo ad essere al fianco del popolo ceceno e del popolo russo. Contro il lupo venduto Basayev, contro l’orso assassino Putin, contro gli avvoltoi dalle piume di tritolo wahabiti.

Io, ad un anno di distanza, continuo a chiedere verità, pace e giustizia per il popolo ceceno e per il popolo russo. Per i familiari delle vittime di Basayev, di Putin e della filiale cecena di al-Qai’da.

Perchè io non sono come certa gente che pubblicamente disprezza e segretamente apprezza Putin.

Perchè la nostra Rosa è ancora stretta nel pugno, pronta a ferire con le sue spine i veri assassini di Beslan.